Quilmes, sitio archeologico

Da Tucumàn a Tafi

Note di viaggio: Los Valles Calchaquies

Dall’afosa e caotica Tucumàn si sale verso Tafi del Valle, a circa 2000 metri di quota, località di vacanza prediletta dagli abitanti più facoltosi della città capoluogo, che passano qui – nelle ville private o negli hotel – i torridi fine settimana estivi. La strada (Ruta Provincial 307), asfaltata e in buono stato, prima attraverso la pianura, caratterizzata da piantagioni di canna da zucchero, poi sale serpeggiando intorno alla montagna, inoltrandosi nella Quebrada de los Sosas, una riserva naturale costituita da una foresta subtropicale piante ad alto fusto ricoperte di orchidee e specie epifite infestanti, come la bromelia.
Prima di arrivare a Tafi, si supera la località El Mollar (il nome di un albero tipico della zona) dove si possono visitare siti archeologici (monticoli cerimoniali e un Calendario Petrosolar). Si tratta di zone ampiamente investigate dagli archeologi dell’Università di Tucumàn. I monticoli si trovano a pochi chilometri da El Mollar, in località Casas Viejas, coperti da erba e non segnalati da alcun cartello o altra indicazione. Il calendario è costituito da un cerchio di pietre allungate circondate da una doppia fila di pircas (monticoli di pietre). Sul luogo si può camminare liberamente e osservare il panorama che si estende a 360 gradi: la valle, la diga di La Angostura e il Monte Nunorco, dove la selva ha lasciato il posto a un paesaggio di montagna decisamente più brullo.
A El Mollar è possibile visitare il “parco dei menhir”, in realtà “piedras largas” (pietre lunghe). La denominazione menhir, tipicamente eurocentrica, è stata attribuita dall’archeologo Ambrosetti che per primo, alla fine dell’Ottocento, ha studiato queste pietre di forma allungata, tipicamente falliche, alcune delle quali scolpite in modo abbastanza sommario con motivi ornamentali e figure animali e umane.
I resti archeologici, in realtà, non hanno niente a che vedere con i “nostri” menhir. Le pietre risalgono a un’epoca tra l’800 e il 1200 d.C. quando la zona era popolata dalla “civiltà Tafi”, successivamente assimilata dagli Inca, il cui impero comprendeva anche questa area.
Il nome utilizzato dalla gente del luogo per queste pietre, in lingua quechua, era “wuanka” o “huanca”, che significa “protettore” o “benefattore”. Si tratta infatti di pietre con funzione protettiva, votiva o funeraria (o le tre cose insieme, dal momento che i morti venivano sepolti accanto alla casa). Purtroppo sono state più volte spostate dai luoghi originari, di cui si è persa traccia. Ora sono state sistemate in una zona recintata e protetta, detta “Parque El Solar”, visitabile con la presenza di una guida, per preservarle dal deterioramento dovuto a intemperie e atti vandalici. Ma la sistemazione segue soltanto criteri estetici e museologici, secondo la vecchia concezione, ottocentesca, del museo come “repertorio” e non come “percorso interpretativo”. Peraltro scarsa è l’informazione fornita dai pannelli in legno piantati tra le pietre e dalle guide.
A poche centinaia di metri dal parco, si trova il museo “Nunorco Huasi” (in quechua: “casa del monte Nunorco”), un piccolo museo privato realizzato da un giovane del luogo, Martìn Reynoso, nel giardino di casa sua.
Martìn, diplomato in Turismo, ha collaborato come volontario agli scavi della zona, ha lavorato come guida nel parco dei menhir e ha coltivato negli anni un interesse per la cultura dei suoi antenati e del territorio e ha raccolto una ricca collezione di urne, sculture, mortai e altri reperti, tra cui una dea della fertilità in ossidiana molto ben conservata e di ottima fattura. La collezione, notevole, è custodita in una capanna in pietra con tetto di paglia, seminterrata, con pavimento in terra e con focolaio al centro. La costruzione riproduce la tipica abitazione della cultura Tafi, tramandata tra le popolazioni native fino ai giorni nostri, e rappresenta un’ottima alternativa al museo ufficiale di El Mollar, intitolato ad Ambrosetti.
Martin Reynoso è anche autore di un libretto autoprodotto dal titolo “Las piedras talladas del Taktillakta” (25 pesos), nel quale – con uno stile poetico e accattivante – dà la sua personale interpretazione della cultura Tafi e dei suoi valori, fornendo oltretutto informazioni bene organizzate.
Proseguendo il nostro itinerario si arriva a Tafi, cittadina turistica e ben organizzata dal punto di vista degli hotel, dei negozi di artigianato (che vendono però oggetti di varia provenienza e non necessariamente tipici del luogo) e dei servizi in genere. Va però messa in evidenza l’assenza di una banca con sportello bancomat abilitato ai circuiti internazionali, quindi è consigliabile, in vista di un pernotamento organizzarsi di conseguenza per il contante, considerando che hotel e ristoranti, anche quando accettano il pagamento con carta di credito, tendono a ricaricare con una commissione il prezzo finale.

Da Tafi a Cafayate

Lasciata alle spalle Tafi, si prosegue lungo la Ruta 307 per addentrarsi verso le valli Calchaquies, che prendono il nome dal fiume Calchaquies che ci accompagna a tratti lungo il percorso per poi confluire nel Santa Maria nei pressi di Salta. Le valli calchaquies costituiscono un comprensorio turistico di cui fanno parte, oltre a Tafi, anche Cafayate, Quilmes, Amaicha.
Il brullo paesaggio è caratterizzato dalla presenza dei cardones (cactus), molti dei quali di grande dimensioni e quindi molto vecchi, dal momento che si tratta di specie a lento accrescimento. Si tratta inoltre di specie protette dalla legislazione nazionale e internazionale (convenzione Cites ecc).
La principale attrazione culturale dell’area è costituita dal sito delle rovine di Quilmes, risalenti a un’epoca pre-incaica. Il sito negli anni scorsi è stato al centro di una disputa legale tra l’imprenditore, tale Cruz, che lo gestiva in virtù di una gara d’appalto (e che aveva fatto costruire nei pressi un hotel e un museo privato con centro di interpretazione) e la comunità locale, costituita dai discendenti degli abitanti originari che ne hanno reclamato la proprietà. La municipalità sostiene la causa dei nativi e ha assegnato loro la gestione del sito, ma Cruz è ricorso alla giustizia ordinaria che deve ancora pronunciarsi. In ogni caso, il giudice ha escluso dalla proprietà della comunità l’hotel e il museo, attualmente ancora sotto sequestro.
Attualmente i nativi gestiscono la biglietteria e le visite all’intero del sito archeologico, senza tuttavia aver intrapreso un percorso formativo per le guide che incontrano i turisti. L’incontro riveste comunque un certo interesse se non altro per comprendere la concezione del mondo e della proprietà del territorio da parte dei componenti della comunità. La visita al sito non può tuttavia esaurirsi ai pochi minuti del servizio di guida (che si limita alla spiegazione della struttura dell’abitazione tipica), dal momento che una passeggiata sulle alture dell’area permette di godere del panorama circostante.
La lotta della comunità locale per la proprietà dell’area archeologica va di pari passo con quella contro la miniera a cielo aperto di uranio, che inquinerebbe le falde acquifere e l’aria della zona.
Non lontano delle rovine di Quilmes sorge il Museo della Pacha Mama, struttura privata realizzata da Cruz, l’imprenditore al centro della causa sul sito archeologico. Cruz, artista autodidatta, ha raccolto in una costruzione edificata sulla base di un suo progetto, reperti geologi e archeologici, oltre a una serie di opere da lui ideate e/o realizzate: tappeti, pitture, sculture ispirate a miti locali, di epoca preincaica e incaica. Il museo, sebbene a tratti sconfini nel kitsch, merita una visita per la sistematizzazione della storia e della cultura locale e come curiosità folkloristica.
Il percorso continua verso Cafayate, località nota per le aziende vinicole. Va notata la creazione di una Ruta del Vino (Strada del vino) sul modello di quelle europee, con un logo e cartelli che indicano le cantine situate lungo la strada. Nella stessa Cafayate, dove si produce circa il 10 per cento del vino del paese (un altro 10 per cento alla Rioja e il resto a Mendoza) esiste un Museo del vino, all’interno di una cantina a pochi isolati dal centro storico. Contiene informazioni sui procedimenti della vinificazione, utensili e macchinari di diverse epoche storiche.

Da Cafayate a Cachi

Durante il cammino, di tanto in tanto si scorge il fiume Calchaquies, la cui portata è molto variabile a seconda della stagione. Il letto sabbioso fa sì che, nei periodi non di piena, l’acqua a tratti scompaia, per poi riaffiorare a qualche chilometro di distanza. Una presenza costante sono invece i piccoli altari improvvisati sul ciglio della strada, segno della devozione popolare e dei sincretismi tra religione cattolica e culti delle popolazioni native. Alcuni sono dedicati alla Pachamama, la dea terra di derivazione incaica-precolombiana, un mito oggi interpretato in chiave ambientalista e forse anche fin troppo sbandierato. Più interessanti, invece, le leggende legate al Gauchito Gil e alla Difunta Correa. Il primo era una sorta di giustiziere locale, i cui altari sono riconoscibili per tipiche bandierine rosse. Antonio Gil nacque a metà del secolo XIX e disertò l’esercito per dedicarsi a scorribande nelle campagnie, dividendo il bottino tra i poveri contadini che in cambio lo appoggiavano e nascondevano. Catturato, fu condannato a morte ma prima dell’esecuzione fece una profezia al sergente che comandava il plotone. Gli disse che, tornato a casa, sarebbe stato accolto dalla notizia di una grave malattia che aveva colpito suo figlio ma che, se avesse invocato il nome di Gil, il bambino sarebbe guarito. Il sergente dapprima non credette al condannato, ma rientrato a casa si rese conto che le sue previsioni si erano avverate. Così invocò il suo nome e il bambino guarì. La notizia si diffuse velocemente e Gil fu da allora venerato come un santo, sebbene mai riconosciuto dalla Chiesa ufficiale.
La Defunta Correa, al secolo Deolinda Correa, visse più o meno nello stesso periodo di Gil. Si narra che la donna, dopo che il marito fu arruolato nell’esercito, seguisse a piedi il battaglione, portando cibo e medicinali, con il figlio neonato in braccio. Dopo qualche tempo la donna morì di stenti e la stessa sorte sarebbe toccata al bambino. Che invece fu trovato, alcuni giorni dopo, attaccato al seno della madre, poppando il latte che il corpo della donna, miracolosamente, aveva continuato a produrre. Anche la Defunta Correa divenne oggetto della devozione popolare, come protettrice dei bambini piccoli, e gli altari a lei dedicati sono riconoscibili per la presenza di una quantità di bottiglie d’acqua lasciate come offerta alla santa morta di fame e di sete.

Francesca Capelli, Firenze

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...