Patagonia: 5 febbraio / Canales Patagonicos

 

Canales Patagònicos, 05 febbraio

Punto di partenza: Puerto Edén, ore 05,20.

Punto d’arrivo: porto 05 feb 49°34,591’S; 74°08,787’W, ore 21,10.

Distanza navigata: 167 km.

Traccia di rotta: Paso Sur, Paso del Indio, Isla Grossover, Canal Escape, Paso del Abismo, Canal Wide, Seno Penguin, Canal Wide, Canal Icy.

 

Sveglia alle 4,30 con l’accensione dei motori ma Sabrina ha già mugolato che non si sente bene e rimane a letto…

05feb nonna Gabriela
Nonna Gabriela

Alle 5,30 sotto un cielo nero e stellatissimo siamo sul molo del porto inutilizzato, l’ecomostro di Puerto Eden riciclato in squallido campetto da calcio. Arrivano in 6: la nonna Gabriela con marito, figlia Isabel, figlio JCT (Juan Carlos Tonko) con moglie Carolina e Leopoldo il fotografo che di Kawésqar non ha nulla ma da molto tempo si dedica a questo tema e fa parte della squadra. Perciò siamo in 10. Alle 5,45 mettiamo al prua a Sud diretti al Seno Penguin. In men che non si dica la gente trova un posticino dove continuare a dormicchiare. La barca è piena e sul ponte a poppa tra i bagagli dormono in 2. Tempo bello anche oggi, il barometro segna 1023 mB, vento debole da Sud. T’immagini se fossimo stati in 15 con pioggia? Alle 6,30 tre delfini australi (Lagenorhynchus australis o “sàkstar” in Kawésqar) ci raggiungono per giocare davanti alla prora e ci accompagnano per un lungo tratto. Noi facciamo 7,2 nodi, loro volendo molti di più. La toponomastica ufficiale qui è tutta occidentale e spesso neppure castigliana: siamo sull’isola Wellington, qui sotto c’è la Bacigaluppi (con 2 “p”), la Crossover, il Canal Escape, il Wide. Nomi che per nulla hanno recepito quelli originari che pur esistono. Nonna Gabriela indica Punta Falsa come sito d’un campo tradizionale ma quando le chiedo il nome  Kawésqar lei dice che si, ce l’ha ma è inutile dirmelo ché tanto non lo capisco! Mi sorge il pensiero che abbia paura di rivelare i nomi: i nomi sono la base della conoscenza e quella è riservata agli iniziati, non certo ai forestieri. Poco oltre, da una strisciolina di bosco su una punta costiera all’incrocio col Canal Grappler (S 49°23.718′, W 74°22.953′) si leva addirittura un esile scia di fumo. Gli anziani la vedono subito e spiegano che lì stanno affumicando “cholgas”, il bivalvo Aulacomya ater,“Akčawe” in  Kawésqar, grosso quanto una buona spanna. Le cholgas vivono tra i 2 e i 12 metri di profondità e il palombaro le tira su a grappoli. La lavorazione dura un mese,  produce montagne di gusci di scarto visibili da lontano e collane di cholgas infilate su filo di ferro oppure tradizionalmente su cannuccia tipo falasco. Le collane si vendono da Punta Arenas a Puerto Montt da 5 a 8.000 Pesos (= da 7 a oltre 11 Euro) cadauna.

05feb il nonno
il nonno

Alle 8,30 entriamo nel Canal Escape ed è subito spettacolo: navighiamo tra alte pareti granitiche, il celeste del mare cambia in verde smeraldo della fascia di bosco umido (qui le precipitazioni sono dai 6000 agli 8000 mm/anno), poi il grigio o rossiccio della roccia fino al bianco filo di neve sommitale. Le cascate solcano questo pendio ripidissimo dove a volte si aprono strette gole o ampi circoli glaciali. Una fantastica severità vista con questi occhi da turista che, con bel tempo primaverile, solca le calme acque in comoda lancia a motore, coperta! Più a Sud il Paso del Abismo: siamo al massimo della bellezza scenica ed al minimo della larghezza navigabile. Intanto a bordo sembrano esserci 2 gruppi distinti: quello Kawésqar in vacanza e quello di chi sta lavorando per portarceli: il personale di bordo, noi, il fotografo.  In realtà tutti gli altri (me compreso) sono qui per mettere la Sabrina in grado di raccogliere le informazioni che serviranno al rapporto preliminare. Alle 10,50 entriamo nel Canal Wide, nome ampiamente giustificato perché siamo in spazio aperto dove si leva qualche onda ma niente di ché, poi doppiamo l’ingresso del Seno Penguin.

Canal Icy (6) 5 feb
Canal Icy

Sono le 13,05 e s’iniziano a vedere gli iceberg nell’acqua blu cobalto liscia come l’olio. In fondo si vede il fronte ininterrotto del ghiacciaio Jorge Montt che il GPS mi segna a 31 km di distanza. L’Austral si anima: la nonna esce in poppa con occhiali da sole e un sorriso da orecchio a orecchio, JCT monta la telecamera su cavalletto, il capitano si aggiusta la visiera e suona il corno a chi chi tappa la vista (cioè io). Sabrina è con me in punta alla prua, da lì vediamo sbucare il Cerro Murallon versante Ovest… non si vede spesso!! Gli iceberg s’infittiscono in un mare sempre più denso e calmo.

05feb le carezze del ghiacciaio.
Le carezze del ghiacciao

Spettacolo affascinante mentre c’inoltriamo verso Est per circa 8 km. senza ridurre la velocità ed iniziando a zigzagare finché a un certo punto… no, non urtiamo: ci fermiamo perché siamo al limite di quanto impone la prudenza, a 49°55,97’S e 74°10,24’W, sono le 14 e spegniamo le macchine. Guardando indietro ci appare quanto ci siamo inoltrati tra i ghiacci e se fossimo stati di meno avremmo certamente fatto un giro in gommone. I Kawésqar non si avvicinavano ai ghiacciai. Facciamo dietro front ed uscendo dal Penguin 6 delfini si piazzano a prua, alternandosi nel gioco 3 alla volta. Sono curiosi e in pieno surf si piegano sul fianco per guardare la Sabrina ed io che ci sporgiamo assai fuori bordo. Una dev’essere incinta. Più sottocosta le foche saltano fuori dall’acqua. Alle 18,45 entriamo nel Canal Icy e la nonna ci dirige verso una baia dall’imbocco stretto. La marea bassa scopre oltre un metro e JCT carica madre, sorella e moglie sul gommone e sparisce. Poi torna da solo e ci porta in direzione opposta. La baia termina alla foce d’un fiumiciattolo, a 49°53.971’S e 74°16.391’W. Lì ci sono le rovine d’un “corral”per la cattura del “robalo” (Eleginops maclovinus).

05feb caleta corral robalos.
Caleta Corral Robalos

Il muretto, ora all’asciutto, è ridotto a qualche sasso messo in fila. Non è più d’una traccia ma rende l’idea di quel che doveva essere. Secondo JCT ha 5000 anni. Intanto le donne hanno raccolto “melillas” (“melette” che crescono su arbusti tipo mirtillo) di cui fanno marmellata nel cucinotto dell’Austral. Proseguendo in direzione Falcon verso il campo per la notte, la nonna ci guida in un punto della costa dove ricorda esservi un melo. C’è ma non ha mele da raccogliere. Raccogliamo invece foto di queste rocce granitiche lisciate da carezze di ghiaccio enormi, infinite e tutte nella stessa direzione. Mentre il sottocoperta sa di fritto bisunto, proseguiamo la navigazione verso Est ed appare, lontano sulla sinistra, il ghiacciaio Pio XI. Finalmente alle 20,30 entriamo in una baietta ridossata dal vento da Nord che stanotte soffierà dal ghiacciaio. Siamo a 49°34.591’S e 74°08.787’W e su di un rialzino di 5 per 5 metri tra il bagnasciuga ed il bosco verticale c’è lo scheletro ligneo d’una baracchetta: è un “rancho” per la lavorazione della “centolla”, il granchio  che viene bollito per poi essere congelato. Come ogni altro “ranchito” è di uso comune e viene lasciato riutilizzabile per i prossimi, che si porteranno la copertura di teli o lamiere. Ci ancoriamo a un cipresso ed in 6 scendono col gommone. Hanno 2 teli di plastica verdi di quelli con gli anelli e in due balletti rizzano 4 pali e vi fanno una tenda dentro cui accendono un fuoco. Le faville escono abbondanti nell’oscurità della sera. Noi ceniamo e mettiamo in ordine foto e appunti delle interviste che Sabrina ha fatto ai componenti della spedizione, poi in branda.

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Nel Penguin…
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