Il viaggio verso Perito Moreno ha inizio

Il collectivo verso Perito Moreno ha inizio. Parto con un bus notturno che mi porta a Comodoro Rivadavia. Lì c’è da cambiare bus per arrivare alla destinazione finale. Dobbiamo comprare tutti il biglietto per la coincidenza… Da Puerto Madryn non si poteva. La compagnia apre lo sportello al pubblico alle 5, il bus parte alle 5:30. Di mattina. Alle 5:15, con calma, l’impiegato apre l’ufficio, e con calma tipica sudamericana ci dice di stare tranquille che il conducente ci aspetta. Anche questo fa parte del viaggio. Io, che di solito cerco di organizzare tutto in largo anticipo, costretta ovviamente dai ritmi della grande città, capisco che qui mi posso ripassare e tornare a pensare che 10 minuti di ritardo non son poi la fine del mondo. Dormo.

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Vai. Arrivata a Perito Moreno trovo la stazione dei bus molto carina e accogliente. Devo mettere la felpa però. C’è vento, e questa volta non è caldo come quello della costa. Mi rilasso, prendo un caffè e chiamo la mamma. C’è gente che legge, che lavora al portatile e che parla con amici. Questa stazione è proprio un bel punto di incontro! C’è anche un angoletto dell’artigianato, ma la signora che sferruzza è scontrosa. Dimenticavo, sull’autobus c’è un gruppo di 3 signore argentine. Altolocate, si sente da come parlano. Una di una quarantacinquina di anni, sua madre, forse 65enne, e una signora un po’ più anziana, che scambio per la nonna, ma che in realtà è amica della madre. Beh, in stazione, arrivate a Perito Moreno, vado in bagno e faccio per mettere la valigia in un modo più comodo per evitare che bloccasse l’entrata ad altre persone, ma la 65enne, in modo scorbutico mi dice in inglese che è occupato e c’è prima lei e devo aspettare. Non controbatto e non faccio polemica. L’anziana nel frattempo esce dal bagno e mentre l’amica si trova all’interno, mi guarda curiosa e decide di parlarmi. Percepisco subito di aver incontrato un’anima meravigliosa, ma quando la sua amica esce dal bagno le dice di non parlarmi perché sono una inglese maleducata… Faccio nuovamente. La signora Olga, l’anziana, mi sorride amabilmente e ci capiamo, quello mi basta.

Uscita dalla stazione, mi dirigo al mio ostello… Ho fatto una cavolata. Dovevo sentire Sabrina e andare in hotel a Perito Moreno… La cittadina, contrariamente alla sua stazione, mi mette disagio. È tutto chiuso, per strada ci sono solo cani randagi e tutto cigola e sbatte al vento. La propaganda politica e di opposizione sociale, però, non manca sui muri. Ho paura che i cani mi saltino addosso, il vento è freddo e davvero, non sono abituata all’assenza di gente. La città fantasma. Città, sviluppata su una strada principale, quindi piccolina. Il mio ostello è più che altro quello che noi chiameremmo un motel. Ci si fermano principalmente uomini, motociclisti, che vanno da qualche altra parte e che hanno bisogno di riposare per la notte. In una camera da sei, in un posto molto umile ma pulito, mi ritrovo in stanza con un motociclista cileno, Fernando, che vuole portarmi a cena fuori, malgrado io faccia finta di non capire quello che dice, è un giovane contadino venuto in città per andare in discoteca. Panico, ansia. I proprietari del posto sono adorabili tuttavia. La signora mi da il numero del suo telefono è mi dice di chiamarla nel mezzo della notte per qualsiasi cosa e mi rassicura anche, dicendo che è nella stanza affianco. Io scrivo un po’ e poi alla fine crollo dal sonno, non sento nulla, né il cileno che torna dalla sua cena, da solo, né il giovane contadino che esce per andare a ballare e che la mattina non è ancora tornato.

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La mattina c’è il sole alto, Fernando si scusa nel caso in cui mi avesse svegliata con qualche rumore, un gentiluomo davvero,  e Claudio passa a prendermi per andare alla Curva de los manos e alla Tierras de colores. Ansia e paure stupide passate. La mattina presto la cittadina è più movimentata comincio a gradire il venticello fresco. Pronta. C’è un autobus pieno di Argentini, io sono in jeep con una delle guide, Antonio. Mi dice che andiamo a prendere altre 3 persone che sono in una specie di agriturismo, vicino alla riserva. Parliamo, inglese, spagnolo, spagnolo, spagnolo. Capisco quasi tutto. Tony sa molte cose, risponde a tutte le mie domande sulla terra, la privatizzazione, il governo. Si sente e si vede dai suoi occhi che il suo lavoro coincide con una passione sfrenata per la natura, l’ambiente, gli animali. Arriviamo all’agriturismo, paghiamo l’entrata e carichiamo, naturalmente, la compagnia della signora Olga. Tony mi presenta, ma la 65enne, stizzita, e seduta al mio fianco, dice che abbiamo già avuto il piacere. Le rispondo che tuttavia non conoscevamo ancora il nome dell’una dell’altra.

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La conversazione, in queste lunghe mezze ore di viaggio si fa sempre più interessate. Sono donne colte e interagiscono bene con Tony. Io assorbo come una spugna. Prima tappa Tierras de colores. Guardo fuori dal finestrino e non so se sogno o son desta, scendo e mi trovo a camminare in collinette gialle, rosa, verdi, grige, rosse, e di ogni loro sfumatura, la compagnia è speciale, il luogo sembra finto, non ero mai stata in un posto simile e vorrei camminarci in ogni piccolo sentiero ed esplorarlo in ogni piccolo angolo, ma non posso. Bisogna rispettare i tracciati e non rovinare la natura, che è cosa  buona. Mi parlano tutti e mi fanno sentire accolta, ci intendiamo, un po’ con l’italiano, con lo spagnolo e a tratti con l’inglese. Le guide ci parlano della vegetazione e abbiamo modo di vedere gufi e uccelli rapaci. Mi si riempiono gli occhi, le orecchie e il cuore di nuovo e mi si apre anche un bel po’ la mente. La vallata è piena di guanachos, così belli, così eleganti. Starei ore a guardarli. Va da sé che la signora Olga ed io diventiamo quasi inseparabili nella gita. Compie 80anni a marzo, ora è agile leggera e scattante, soprattutto con la testa.

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Nel tragitto di auto per raggiungere il sito della Cueva Tony in distanza vede un guanaco incastrato nel file di ferro delle staccionata che delimita una proprietà. Si ferma, si ferma il pullman, un’altra macchina porta delle corde. L’animale è a terra con le zampe anteriori incastrate quelle posteriori scalcianti. Ovviamente, invece di liberarsi, agitandosi, si bloccava sempre più e gli zoccoli anteriori sanguinavano. Io ero lì che lo guardavo negli occhi pieni di lacrime mentre soffiava , con la faccia a terra, sulla sabbia. Sapeva che una decina di esseri umani erano lì per aiutarlo. Finalmente, dopo avergli immobilizzato le gambe posteriori con la corda e la forza di 5 uomini, gli altri gli liberano le zampe sanguinanti. Wow. Lì, a 1 metro di distanza da me il guanaco si rimette vigorosamente in piedi e scappa via dandoci le spalle. Pensavo che, come nei cartoni animati, l’animale selvaggio, pieno di gratitudine, si sarebbe fermato un secondo per farsi accarezzare, ma invece no. Ho l’immagine di lui che corre via, si distanzia di circa 300 metri. Poi di gira un attimo con la testa, ma solo un attimo. Mi ci viene ancora da piangere di gioia al pensiero. È stato un momento forte che ci ha uniti tutti.

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Alla Cueva de los manos abbiamo una guida che ci spiega tutta la storia del sito. Le pitture sono impressionanti, il paesaggio è mozzafiato. Olga ed io ci allontaniamo un attimino dal gruppo, finiamo il percorso terrazzato, quando invece saremmo dovute tornare indietro col gruppo. Lo so, non si fa, ma lei andava. Era irremovibile ma cauta ed io anche. Alla fine del sentiero terrazzato siamo tornate indietro. A lei piacerebbe passare una notte lì in tenda, ma non glielo hanno concesso. Ha fatto richiesta più volte, ma è troppo anziana. Per lei la Cueva è un posto magico, ci torna ogni anno e spera di riuscire a dormire lì un giorno. Mi racconta tante cose della sua vita e ha un’intelligenza talmente brillante che, mentre mi parla ,spero segretamente di diventare come lei , se mai raggiungerò quell’età.

Comincia a scendere il sole andiamo via. Saluto tristemente tutti. Non vorrei lasciarli,ma è ora. Tony mi accompagna a prendere Il collectivo per El Chalten. Un’altra notte in viaggio.

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