El Chalten

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Il panorama dal bus è di nuovo mozzafiato e non riesco a far altro che a guardare fuori dal finestrino fino a quando la luce me lo consente. Laghi in cui si specchia il cielo, nandu, guanacos. La natura è brulla e gli arbusti sono piccoli, sferici, dorati. Il tramonto si occupa di tenerci tutti con gli occhi sgranati, finché ci si addormenta, ormai stremati da tanta bellezza. Siamo tutti backpackers qui. Non so come riesco sempre ad avere un posto vicino al finestrino. Mi sveglio di soprassalto, come se una mano mi avesse scosso dal sonno. Cavolo sono morta un incidente stradale e ora questo è il paradiso? Sono stata così brava da viva che merito di godere di tutto questo splendore da morta? No, non sono morta, ma in paradiso ci sono davvero.

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È l’alba, siamo quasi a El Chalten e i colori e le sfumature di Rosa, viola, grigio, celeste rosso, giallo avvolgono le cime più alte e appuntite del parco nazionale Los Glaciares. Tutto è piatto intorno, ed improvvisamente, le tanto attese montagne. El Chalten è un piccolo paese sorto per la gioia di coloro a cui piace camminare in montagna e arrampicare. Appena arrivo comincia la pioggia, eccola, pioggia e vento patagonico. Mi fermo al bar della stazione, ancora convinta di poter trovare un caffè decente prima o poi. Fallisco. Mi guardo la mappa e penso a cosa e quando farlo. Sono sicura che smetterà di piovere improvvisamente così come ha iniziato. Infatti, smette e mi avvio al mio ostello, lì è tutto 5 o 10min a piedi.  El Chalten è accogliente e ben organizzata.

Nell’ostello ritrovo Manuela, conosciuta alla stazione di Perito Moreno 2 giorni prima. Mi rilasso un attimo, faccio una doccia e la spesa, la famiglia proprietaria dell’ostello mi suggerisce dove trovare la miglior carne e la miglior verdura. A El Chalten non esistono le buste di plastica nei negozi, non è che bisogna pagarle, proprio non ci sono, e questa è una cosa che mi ha riempito il cuore di gioia. Per strada c’è un camioncino che vende ciliege gustosissime. Si, siamo in un posto turistico, ben curato, dove non si può non sentirsi a proprio agio…. A meno che non si dipenda dai social media! Internet non va bene, e non so come sia possibile, ma trovo sempre le stesse persone, sedute nello stesso posto, a cercare di sfruttare al massimo quella mezza tacca di segnale che il posto ci regala. Non ho capito se escono dopo di me e tornano prima, e quindi li trovo sempre lì… oppure se da lì non si schiodano. Poco importa. Dopo una breve visita all’ufficio del Ranger, per una introduzione generale sul parco e su cosa non fare all’interno dello stesso, decido di cominciare con una piccola passeggiata al mirador dei Condor. La passeggiata è molto semplice di poca pendenza e il sole è di nuovo alto. La terra è già asciutta e comincio a dubitare della mia sanità mentale: forse non ha piovuto?

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I colori delle rocce mi lasciano a bocca aperta e decido che non è il caso di fotografare tutto, non serve, non ha importanza. Devo solo rilassarmi e godere della bellezza, del canto degli uccelli. Degli odori, oddio gli odori della natura. Il vento è un elemento costante e ormai da parte anche della mia quotidianità. Tanto quanto i cani randagi. I condor volano alti nel cielo i laghi e la montagna circostante sono incantevoli. Siamo in tanti in cima, ma percepisco un tacito accordo: silenzio, nei limiti del possibile e rispetto della natura. Mi siedo per un’oretta e poi torno indietro, il tragitto è breve, il sole cala e dipinge di nuovo il cielo e le vette.

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Il giorno seguente eccomi pronta per la Laguna Torre. Il sentiero è ventilato, siamo in tanti e chi più o meno velocemente raggiungiamo la laguna. Le ragazze fighe si mettono il rossetto, pettinano i capelli e rimangono in top per i servizi fotografici da pubblicare su instagram. Io metto cappello, giacca a vento e scarpetta e decido di farmi un pisolino dopo il panino. Mi addormento al sole per più di un’ora tutta imbacuccata. Che gusto. L’aria e fresca e buona. Ma sono le 15:30, la luce è cambiata, ha un non so che di poetico e inoltre molta gente è andata via. Che meraviglia. Ammiro un po’ il paesaggio è tutta imbacuccata mi avvio al mirador Maestri, ancora più vicina al ghiacciaio. Un tizio mi dice che lui ha deciso di tornare indietro, non crede che una volta al Mirador Maestri la vista possa essere più spettacolare di quella che avevamo davanti agli occhi. Ok. Buona scusa per non dire che non c’è la fa…. Alle 16:40 mi trovo davanti a qualcosa di inesplicapile . Nessun foto renderà mai l’idea di quello che i miei occhi hanno ammirato in questo viaggio. Il precipizio è impressionante. Per un attimo mi fermo. Credo che forse posso evitare di fare gli ultimi 10 metri. Per arrivare alla parte che determina la fine del mirador, ma dopo dell’acqua e un piccolo snack, torno in me, mi faccio forza, non guardo giù e anche i 10 metri sono fatti. Siamo rimasti in 5 o 6.

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Il sole continua a calare e di nuovo madre natura si mette a dipingere. Mentre torno indietro mi assale una forte gioia mista a tristezza. Al mio papà sarebbe piaciuto camminare per questi luoghi, ma in fondo lui, come Guchito Gil, protettore dei viaggiatori,  mi accompagnano e mi proteggono. La via del ritorno è decisamente poco trafficata, e i suoni e rumori della natura un po’ mi spaventano. Vedo un cartello che spiega come comportarsi nel caso in cui ci si trovi di fronte ad un puma… Che?? Un puma? Di nuovo decido di aumentare il passo, ma con lo zaino un po’ più pesante del necessario, vado abbastanza piano. Incontro un signore che scende in solitaria e a distanza, decido di “tornare” con lui sempre a tiro. Alla sera la foresta è piena di picchi, non ne avevo mai visto dal vivo è che forza che hanno. Mi fermo ad osservarli e ascoltarli per un po’. Puma non ti temo.

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La sera una buona birra con hamburger in buona compagnia. Manuela che ha invece percorso il sentiero del ghiacciaio de los tres, ha conosciuto Brock, australiano. Ridiamo e scambiamo esperienze e racconti. C’è anche Lisa, lei viaggia sempre, è tosta, ha gli scarponi cucito addosso, anche a cena, in paese, quando tutti cercano sollievo nei sandali. Ogni tanto si ferma a lavorare per racimolare qualche soldo per poi dirigersi verso nuovi posti. Non ho capito che lavoro è…. so solo che si rinchiude in casa per 2 settimane o un mese con il suo computer, e poi riparte. Beata! Bar e ristoranti sono accoglienti e pieni di esaltati del climbing. Volevo dire appassionati. Mi piace El Chalten.

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Giorno 3, la laguna de los tres mi attende. È grigio, ma non piove. Il percorso riserva degli scorci mozzafiato, si cammina bene e non c’è molta pendenza fino all’ultimo kilometro… la pendenza è talmente tanta che ci si impiega un’ora per raggiungere la vetta. Che caldo, meno male che non c’è sole. Credo che nulla può essere più impressionante della laguna torre. Arrivo in cima e al primo sguardo tutto regolare direi. La grande sorpresa arriva non appena aggiro una collinetta sulla sinistra. Ommioddio cos’è: un gioco di laghi, cascate ghiacci, rocce colorate e terra rossa. Sento che potrei perdere l’equilibrio e precipitare da un momento all’altro per lo spettacolo trascendentale che ho davanti a me e per il vento, naturalmente, ma ciò non avviene. Mi siedo, sto lì ad ammirare. Dei ragazzi attivano un drone. È proibito, ma tanto chi li vede? Che tristezza. Tante raccomandazioni, ma degli incivile buttano carta igienica sulla montagna e attivano droni. Fortuna che, considerando la gran quantità di gente, questi chiamiamoli “incuranti” sono pochissimi. La strada del ritorno è leggera, ma arrivata in ostello collasso dalla stanchezza.

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Il 4 giorni si deve ripartire. Noooo di nuovo. Ho più di mezza giornata però e vado con Brock  a vedere la cascata chorillo del salto. È una passeggiata facile, ma piove acqua e sabbia, il vento è così forte che la sabbia sembra come composta da tanti piccoli aghi. Brock ed io torniamo indietro, pausa caffè e dolce. Tanto fra un’oretta smette ed esce il sole, perché farsi del male così, gratuitamente. In fondo parliamo di una passeggiata di 40 minuti. Come da previsioni a mezzogiorno il sole torna a splendere e noi godiamo della camminata con cascata. Sono le 16 torniamo indietro, birretta ma il bus per El calafate non mi aspetta. Corro, lo prendo per un pelo. Uffa voglio restare.

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