El Calafate

Da El Chalten ad El Calafate il percorso è breve. Guardo fuori dal finestrino e penso alle mille altre cose che avrei potuto fare a El Chalten. Un amico che ha vissuto qualche anno in Argentina mi ha detto che il ghiacciaio Perito Moreno si vede una volta, emoziona, ma poi si dimentica presto, al contrario dei meravigliosi panorami e sentieri di El Chalten che rimarranno per sempre impressi nella memoria. Sono un po’ prevenuta. Arrivo in stazione e mi avvio verso il mio ostello. Le strade sono sterrate, alcune. Si fa sera e sono nostalgica. Incontro Manuela per strada, il suo piano di viaggio è sempre un giorno avanti al mio. E’ provata dalla stanchezza. Ha fatto hiking sul ghiacciaio e ne è innamorata. Dice che ne è davvero valsa la pena.

La saluto, riparte la mattina seguente mentre io ho due giorni, uno di riposo e uno di visita al Perito Moreno.

L’ostello che ho prenotato stavolta è troppo Hipster, giovane. Il personale è simpaticissimo, ma non riesco a legare con nessuno.

Devo cambiare soldi. sono sempre più convinta che avrei fatto bene a cambiarli tutti a Buenos Aires. In Patagonia il cambio è in svantaggio e prelevare significa pagare commissioni disumane, ma allo stesso tempo cambiare tutto nella capitale significava andare in giro con una quantità di banconote inaudita, stile film americano con valigetta di contanti annessa.

Mi rassegno e finalmente capisco che la decisione di cambiare man mano, in fondo, è stata quella giusta.

Quando posso pago con carta, ma sono davvero pochi i posti che lo permettono senza caricare una percentuale extra.

Il primo giorno a El Calafate, dopo aver risolto la questione del cambio, mi concedo un pranzetto all’aperto circondata dai cani randagi che aspettano gli avanzi del mio pollo arrosto. Ormai sono abituata a questi compagni onnipresenti che mi accompagnano ovunque in Patagonia. Quello che mi stupisce è che sono molto educati, non saltano mai addosso e aspettano pazienti che io mostri un po’ di interesse nei loro confronti. Mi fanno sorridere, sia io che altri turisti li prendiamo a cuore. Il centro di El Calafate è molto curato, rilassante, sono contenta di passare qualche ora di relax qui, soprattutto in una stupenda giornata di sole come questa. Decido di non fare hiking sul ghiacciaio. C’è solo una compagnia che ha la licenza per portare i turisti a fare trekking lì, quindi automaticamente il costo è davvero eccessivo, ma fornisce tutta l’attrezzatura necessaria che ovviamente è della miglior qualità. Ci sono due tipi di trekking, quello completo, di circa tre ore e mezza sul ghiaccio, e il mini trekking di un’ora e mezza. Per il giorno seguente solo il mini trekking è disponibile e, parlando con l’agente dell’agenzia turistica, casualmente faccio uscire il fatto che andrò anche a Torres del Paine, in Cile, e che magari avrei preferito scalare il Ghiacciaio Grey.

Neanche a dirlo, l’agente sgrana gli occhi e senza mezzi termini esclama: “Wow, il Ghiacciao Grey è meraviglioso!”. Ok, non mi serve altro, la decisione è presa. Scalerò il Grey.

Nel Pomeriggio decido di fare una passeggiata rilassante nella riserva di uccelli Laguna Nimez, a 10 minuti a piedi dal mio ostello.

In teoria ci sono tre fenicotteri (siamo fuori stagione e tutti gli altri sono andati via) in pratica ce n’è solo uno, molto lontano e lo vedo a malapena, ma non importa.

Mi innamoro della natura che mi circonda, delle specie di uccelli che non ho mai visto prima in vita mia, dei colori che sembrano finti, disegnati.

La laguna è bagnata dal lago Argentino, lo stesso lago alimentato dal ghiacciaio. I confini delle sfumature di blu che i miei occhi percepiscono, sono decisamente nette, sembrano quasi innaturali e mi emoziono difronte a tanta bellezza. Il vento è forte e a volte mi sussurra: “basta, non ne hai abbastanza? torna indietro, potrebbe venirti mal di gola!”, ma mi fido ciecamente del mio abbigliamento tecnico e non lo ascolto. La vegetazione della laguna passa dal giallo al verde smeraldo al rosso bordeaux e il sole continua a prendersi gioco di me e a cambiare lo spettro dei colori e delle sfumature. Due signori anziani, seduti su una panchina, giocano pazientemente con gli obiettivi della loro attrezzatura fotografica. Li osservo e abbraccio totalmente la filosofia dell’attesa.

Mentre il sole tramonta comicio ad allontanarmi dalla riserva, altrimenti rischio di essere chiusa dentro.

La sera, in ostello, finalmente conosca Andy. Ha più o meno la mia età e anche lui, come me, sente di esser capitato nell’ostello sbagliato. Andy è inglese, ma vive in Australia da più di 10 anni. Si è decisamente austalianizzato. Ci organizziamo per il giorno dopo, andremo a mangiare insieme il cordero patagonico.

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Il giorno seguente, finalmente, passa a prendermi il pulmino e mi dirigo verso il tanto desiderato Ghiacciaio Perito Moreno. Sull’autobus dormono quasi tutti così mi metto a fare conversazione con l’autista.

Carlos mi parla della famiglia, del parco, del Lago, del ghiacciaio. Come tantissime altre persone è sorpreso che una donna della mia età viaggi sola. Mi chiede della mia famiglia. E’ simpatico e a tratti invadente (rapportato alla cultura del paese in cui ho passato gli ultimi 8 anni!), ma ormai capisco che è normale qui, non si tratta di invadenza, ma di genuina curiosità nei confronti degli esseri umani. Gli argentini fanno un sacco di domande sulla mia vita privata, ma si aspettano che io ne faccia altrettante loro. Fa parte dell’essere animali sociali, e purtroppo il conversare con sconosciuti si è ormai perso nei paesi Europei.

Dopo averci ragguagliati sull’orario di ritorno in paese, Carlos ci abbandona all’entrata delle passerelle che circondano il Ghiacciaio. Ogniuno va per la sua strada e io mi ritrovo piacevolmente sola a passeggiare a godere del paesaggio.

L’aria è fresca, neanche il sole alto ha modo di scaldare, ma la temperatura non è bassa. Tutto è piacevole e il cielo è terso.

Dopo poco meno di un chilometro, dopo uno snodo in cui montagne e lago spadroneggiano sul paesaggio, mi si schiude davanti agli occhi qualcosa di mai visto in vita mia. Il ghiacciaio è lì, prepotente e incorniciato da un arcobaleno dai colori vividi. Mi si blocca il respiro per qualche secondo. Il cervello va in panne. Afferro la macchinetta fotografica e in  un impeto ossessivo-compulsivo mi cimento in una serie di scatti irrazionali.

Qualche minuto e torno in me: ao, mi dico, ma che fai!!! appoggiati alla ringhiera e godi di Madre Natura. La cosa più strabiliante è che il paesaggio e i colori cambiano in continuazione e non riesco a capire se sono nello stesso posto o, di nuovo, in una realtà virtuale che si prende gioco di me e mi confonde.

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Voglia di arrivare più vicino. Vado avanti ed ecco il primo boato. Un Iceberg si stacca,  precipita nel lago. Sembra alzare un enorme polverone, sembra il risultato di un bombardamento, ma in realtà è tutto il contrario è il risultato di un fenomeno naturale che porta acqua alla terra, che nutre e non distrugge. Il Ghiacciaio Perito Moreno non cede ai cambiamenti climatici ed è l’unico ghiacciaio che invece di perdere di volume, si mantiene sempre uguale da circa cento anni. Questa notizia mi fa sorridere di gioia.

Cammino per ore ed ore, perdo la cognizione del tempo. Nulla di quello che scrivo può trasmettere l’emozione che si prova nell’udire ogni singolo scricchiolio del ghiaccio, nell’avvistare il distacco degli iceberg accompagnati dai boati, nel veder cambiare sotto i proprio occhi, il colore di un qualsiasi punto fisso sul ghiacciaio, a seconda del riflesso della luce e del filtro delle nuvole: bianco, blu, celeste, lilla, viola, marrone, e poi ancora, verde smeraldo. Non si può trasmettere la sensazione del fresco sul proprio viso e gli odori della natura accompagnati dal canto degli uccelli.

Il mio amico si sbagliava. Malgrado le flotte di turisti, che in qualche modo sono riuscita ad eludere, l’esperienza vissuta intorno al Ghiacciaio rimarrà sempre nella mia memoria e si, ci tornerei una seconda e terza e quarta volta.

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Il viaggio di ritorno a El Calafate è in allegra compagnia, mi siedo sullo scalino del bus, a chiacchierare e bere il mate con Carlos e un suo amico a cui diamo un passaggio.

Dal finestrino gli alberi secchi creano delle luci color argento nel bel mezzo della steppa dorata.

Non avrei mai pensato in vita di fotografare alberi.

 

Il Cordero Patagonico e la compagnia di Andy sono perfetti. Un’altra notte e si vola la mattina presto verso la Fine del Mondo. Ushuaia arrivo.

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