La saga di Yendegaia

Riprendendo a pubblicare sul BLOG, grazie alla quarantena COVID

(marzo/aprile/maggio? 2020)

 

Approfittiamo della quarantena forzata del COVID19 per proporre i resoconti delle nostre esplorazioni in Argentina e Cile.

Testi e foto di Andrea Benvenuti.

IL CONFINE secondo Sabrina

Questa catena montuosa: le Ande tagliate in due dal confine tra Cile e Argentina, a me proprio non va giù. Elemento limite creato da una linea immaginaria tra le vette più alte e in particolare nella Terra del Fuoco dove le Ande, invece di essere in direzione nord/sud, sono in direzione est/ovest, da una linea tracciata con il righello come nei confini dei paesi africani, a me interrompe troppo bruscamente il paesaggio. Mi sta personalmente stretta. Ho bisogno di una visione d’insieme, ho bisogno come di volarci sopra con lo sguardo dell’immaginazione a 360°. E quindi passo da un Paese all’altro, da un punto di frontiera cilena a uno argentino e quando anche questo non basta, inizio a zigzagare a piedi, illegalmente, con lo zaino in spalla, Andrea davanti che marca il passo e traduce in realtà il mio desiderio nella sua interezza, non menomata dal limite cioè dal confine, queste montagne e ciò che gli sta intorno e che non è poco: laghi, fiumi, ghiacciai, vallate, boschi impraticabili. L’orizzonte non si ferma davanti a un confine e anche nei canali Beagle e Magellano dove il Pacifico e l’Atlantico s’incontrano, i confini dividono. E poi i punti di accesso: l’Argentina nella maggior parte dei passi da me attraversati, ufficialmente abilitati e non, ha sviluppato maggiori infrastrutture e la linea di confine è più facilmente raggiungibile, dove più dove meno. (Sabrina)

 Partiamo dalla fine: la Tierra del Fuego che ci ha visto per vari anni gironzolare intorno alla meta turistica più gettonata, la città di Ushuaia, alla ricerca della vera essenza dell’ultima terra del continente sudamericano.

P.N. Tierra del Fuego0043

 

La saga di Yendegaia

mapa Ruta Futura

Il punto che ho voluto esplorare quest‘anno ha la particolarità di essere più di altri un continuum geograficamente parlando, mentre politicamente si tratta di due Stati divisi e dal punto di analisi delle infrastrutture sono agli antipodi. Dal lato argentino si trova la città di Ushuaia raggiungibile in aereo (più di 10 voli al giorno) e per strada, anche se da Buenos Aires è lunga più di 3500km, ma pur sempre esiste una strada. E questa strada, la Ruta 3, arriva fino in fondo al Parco Nazionale Tierra del Fuego, a Bahia Lapataia. Ogni giorno da ottobre a marzo migliaia di turisti di tutto il mondo si fanno una fotografia di fronte ad un cartello stradale che indica la fine della Ruta 3 e la distanza da Buenos Aires. L’immagine in questo cartello la dice lunga sulla percezione dei confini fissati a tavolino: ha la strana forma di un triangolo bianco su fondo verde, perché la parte sinistra del territorio, che appartiene al Cile, non vi compare, come un’isola nell’isola, con un lato esattamente in linea retta! I turisti scendono comodi da pulmini, auto private, taxi, moto, bicilette, pullman gran turismo o a piedi da facili sentieri di non più di un paio di chilometri. Dimenticavo: c’è anche la possibilità di arrivarci in kayak, pagando l’escursione più di 100 euro a persona e percorrendo un breve tratto nella baia. Ad un paio di chilometri è stata costruita un’enorme “cafeteria” con gadgets cinesi, un piccolo museo e ampie, enormi sale per prendere caffè, cioccolato e quant’altro e una serie di bagni. Ci sono un paio di aree campeggio attrezzate e comodi, brevi sentieri panoramici. Ogni laghetto, collinetta, cespuglio ha il proprio nome e i turisti si godono così “la Terra del Fuoco”. Una zona allo stato vergine dove la natura è regina e così i castori, o meglio anche quelli con il turismo se ne sono andati dalla “castorera”, ora visitabile con un comodo sentieri a 600 metri dal parcheggio!

Detto tutto questo, per arrivare quasi allo stesso punto dalla parte cilena vedrete bene (cosa c’è toccato fare, per poi alla fine non arrivarci neppure a Bahia Yendegaia, che sarebbe la sorella gemella dell’argentina Lapataia, separate solo da un piccolo promontorio di 8 km. Non so bene com’è stato deciso questo confine ma non mi stupirebbe venire a sapere che, visto che c’erano due baie più o meno grandi uguali, una accanto all’altra, una più a est e l’altra più a ovest, se le siano divise senza troppi problemi. A Bahia Yendegaia (quella cilena) non si arriva via terra come dimostreremo con il nostro faticoso andare e ritornare. Stanno costruendo la strada ma ancora ci sono un paio di cordoni di montagne da trapanare, far saltare, scorticare, demolire, insomma sono bastati un paio di chilometri di strada in costruzione per darci un’idea di cosa vuol dire per il paesaggio e gli elementi naturali costruire una strada da queste parti. Ma non solo la Bahia Yendegaia ha la sua sorella Lapataia, il grande lago Roca e quello più piccolo più a nord di cui non troviamo il nome, il lago Fagnano, anche quelli sono stati draconianamente tagliati in due dal confine e anche quelli sono “diversamente raggiungibili”. Allora questi due territori, politicamente divisi e con infrastrutture solo da una parte, ma geograficamente e ancestralmente per le popolazioni Yaghanes e Onas sempre considerati un unico territorio, colpiscono a fuoco la mia attenzione fino a farci finire quaggiù. E inoltre si aggiunge per chi (come per noi) il turismo è una professione, l’interesse per la differenza turistica di questa zona e per quello che sta per avvenire? Vedere il PRIMA di quello che sarà il poi, in questo nostro pianeta dove rimangono ancora pochi posti dove sperimentare questo cambiamento, è un motivo in più che si aggiunge alla storia già detta dei confini. Inoltre e indipendentemente da tutto, ci piace questo paesaggio, l’aria e soprattutto l’acqua che scende copiosa e incessante accanto alla nostra tenda sbattuta dal vento.

 

Sabato 21 gennaio 2017 !YENDEGAIA ESPERANOS!

gen 21 verso Yendegaia (70)

Fatti gli zaini: lasciamo all’ostello il computerino e il vestiario superfluo, partiamo solo con un cambio. L’imbarco per Porvenir è affollato. Molti turisti con zaini da trekkers, molta più gente locale con camion, furgoni, “camionetas” (pick-ups). All’imbarco pedonale zaini e valige vengono obbligatoriamente stivati, ti rilasciano il talloncino. Con disappunto vediamo sparire nella stiva il bagaglio con un sacco di contante. Ma l’ordine Cileno è indiscutibile. La traversata dura due ore e le passiamo sulle poltroncine dove nel 2015 conobbi l’olandese compaesano trapiantato nell’estancia del suocero. Questa volta è una mamma americana dallo spagnolo fluente che porta il figlio adolescente e cellulare-dipendente a vedere la colonia di Pinguino Rey. Quando diciamo che rimarremo disconnessi fino al 29, suo figlio ci squadra con sincera commiserazione. La signora vive a Santiago dove lavora all’ambasciata Statunitense. Dice che il personale diplomatico è praticamente in attesa di vedere quali nuove direttive arriveranno da Trump. Attracchiamo verso le 11 a Porvenir… Chi l’ha detto che lo Stretto di Magellano è stretto? E’ enorme davanti a Punta Arenas e oggi era calmo come l’olio.

Porvenir: un nome promettente come “il sol dell’avvenir”, ma ora c’è il sole e basta. Le abitazioni e l’intero impianto urbanistico sono assai più semplici di quelle di Punta Arenas. Ma anche qui “el Chile avanza”. Settemila abitanti, originariamente comunità Croata, la maggior parte sono ganaderos (allevatori di bestiame) delle retrostanti estancias smisurate che si dividono l’Isla Grande de Tierra de Fuego. Al porto ci aspetta la moglie di Juan. Suo marito ci porterà in camioneta 4×4 all’estremo Sud dell’isola… fin dove la strada lo consente.

Partiamo immediatamente, le strade sono sterrate ed ottime. Percorriamo questo tavolato sferzato dal vento puntando a sud sulla Y-71 incontrando ogni tanto (decine di chilometri) uno stradello sulla sinistra che mena ad una estancia. Pecore e guanachi ovunque. Le scarsissime abitazioni sono costruite in piccoli canyon per ripararle dal vento che ti scortica. Le facce dei lavoratori qui sembrano di cuoio trattato. O i ragazzini faranno la scuola via radio, come in Australia?

Duecento chilometri più a sud si intravedono montagne azzurrine. Abbiamo imboccato la Y-85 che seguiremo fino in fondo ed oltre (a piedi). Intanto passiamo per il Parco Nacional Karukinka, di cui si nota solo il cartello perché per il resto nulla cambia. Il nostro Juan Quélin è un ometto che ha qualche anno meno di me. Mi dà del “vecchietto messo bene” e dice che lui a Yendegaia ci andrà di sicuro, ma in macchina, quando la strada sarà finita. Nel frattempo trasporta gente varia: lavoratori delle estancias, qualche gruppo di turisti quando capita. È sempre su questa strada e conosce persone e storie. L’ultimo retèn di Carabineros è Pampa Guanaco e ci fermiamo per registrarci. Il giovane appuntato non batte ciglio, d’altronde Yendegaia è un parco nazionale. Ci dice di presentarci ai militari del Genio che stanno al lago Fagnano, inizio del cantiere. Chiede se abbiamo tenda, provviste e GPS (affermativo), noi chiediamo cartografia decente che non siamo riusciti a trovare altrove (negativo) ed infine col cellulare fotografo una carta al 200.000 appesa al muro. Meglio che nulla. La caserma è spersa nella pampa e vi atterra un Cesna. La strada prosegue impeccabile. Il Chile qui avanza deciso e organizzato. Dopo altri 150 km siamo al mirador che si affaccia sul sottostante lago Fagnano (altro prete italiano, come il mitico Padre De Agostini) e le montagne Darwin che noi vogliamo attraversare. Uno spettacolo. E un vero spettacolo è anche questa strada: molto più curata della famosa Carretera Austral che nel suo ultimo tratto (fino a Villa O’Higgins) è assai più grezza e pericolosa.

Al lago, Juan ci presenta al comandante del cantiere, un giovane tenente del 51° Genio. Quando sente che intendiamo attraversare fino a Yendegaia, dice che non può farci passare: la strada è in costruzione (lo sapevamo) e il cantiere, anzi: i due cantieri da ambedue i lati, lavorano con l’esplosivo. L’accesso è negato per motivi di sicurezza, a nulla valgono le nostre registrazioni ai Carabineros. Hasta luego. Juan Quélin, su nostra richiesta, ci porta altri 17 KM oltre sulla strada in costruzione. Quindi lo paghiamo, ci saluta calorosamente e scompare. Noi ci incamminiamo sulla strada per gli ultimi 5 km. Sulle ruspe, ferme e vuote (sono le 18.30) del 51° Genio il motto è “abriendo rutas, construyendo  futuro” e questo futuro sarà poter arrivare alla sponda nord del Canal Beagle via terra evitando così la lunga navigazione che da Punta Arenas passa lungo tutta la costa Ovest per entrare nel canale. Ciò porterà anche un consistente flusso turistico, adesso bloccato dalla mancanza di strada, che da Ushuaia potrà risalire da questo lato dell’isola. Tutto cambierà. Al termine della strada scendiamo scavalcando faticosamente gli alberi abbattuti e ci accampiamo nel bosco. Domani dobbiamo scappare presto!

gen 21 verso Yendegaia (74)

 

Domenica, 22 gennaio: PRIMI PASSI FUORI DAL PROGRESSO

gen 22 Yendegaia panoramic

Alle cinque-e-rotti apriamo un occhio ed è luce fatta. Via di qua prima che arrivino i taglialegna con le motoseghe per far avanzare il Chile attraverso questo bosco magellanico primigenio! Siamo arrivati al termine del cantiere dove ci sono perforatrici e ruspe che aprono una ferita inguaribile in questa valle. D’ora in poi per attraversare la montagna dovremo affidarci a tracce sul terreno e al GPS. Intanto del cantiere si nota il futuro tracciato già picchettato con nastrini arancioni e c’è un’esile traccia sul terreno. Noi abbiamo anche una traccia GPS ma fa piacere seguire un’orma.

Tra pantani e bosco, risaliamo lungamente la valle sulla sinistra orografica d’un rio impetuoso. Ai nastrini si sostituiscono i tronchi di Notofagus scalfiti con il machete. La foresta, assolutamente incontaminata, con il bel tempo ha colori e giochi di luce magici. Il “sentiero” è a strappi ripidi ed il suolo è incoerente con tronchi marcescenti. Gli zaini pesano, la velocità è poca. Dopo un paio d’ore sbuchiamo dal limite superiore del bosco. La testata della valle si apre a ventaglio. Si cammina su granito grigio ricoperto da erbe e muschi e siamo sotto ai 1000m d’altitudine, tempo a nuvoloni sparsi. Ormai ogni segno della strada è sparito, siamo da soli e ci prendiamo una pausa quella colazione che stamani la fretta ci ha impedito.

Ad ovest le vette spuntano come denti aguzzi da bianche gengive di ghiaccio e le seraccate incombono sulla nostra valle formando cascate, ruscelli e laghi glaciali. Alle 11 troviamo uno sperone con massi erratici. Molliamo gli zaini e facciamo una piccola ricognizione scarichi (sembra di volare) che ci porta a scoprire il fronte d’un ghiacciaio appena dietro l’angolo occidentale. Vaghiamo per questo severo paesaggio dove da sempre regnano solo le forze della natura. Se la strada deve attraversare questa catena, i lavori saranno imponenti quanto quelli eseguiti dall’abate Domenico Vandelli per congiungere Modena a Massa. Vaghiamo un paio d’ore, poi montiamo campo in una conchetta riparata dal vento dell’ovest e finalmente ci riposiamo. In serata la pioggia ci costringe a cenare in tenda.

 

Lunedì 23 gennaio 2017: LA VALLE DEL CONDOR

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Ha piovuto tutta la notte fino alle 6, poi alle 6.30 decidiamo di sfruttare la finestra d’asciutto per smontare il campo. La prospettiva è una giornata di puro patimento sotto la pioggia e forse, più in alto, la neve. Ma qui siamo troppo esposti e non possiamo rimanere: dobbiamo scendere oltre il passo che è circa a quota 1000  ed affidarci alla protezione del bosco più in basso. Ma sorpresa: il cielo è quasi sgombro di nuvole e soffia un vento teso da ovest che la nostra conca un poco ripara. Perciò, con gratitudine, svuotiamo la tenda e la mettiamo ad asciugare al sole mentre facciamo colazione ad acqua calda con cappuccino solubile e Nesquik mescolati, cioccolata e noccioline.

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La partenza in salita a pieno carico si fa sentire ma su rocce e muschi si cammina bene. Siamo in severo ambiente alpino, sulle petraie prima dei ghiacciai e il percorso non è né obbligato né tanto meno segnato in alcun modo. Incontriamo ogni tanto orme di guanachi nel fango dei ruscelletti. Al passo (di cui non sappiamo il nome, ma ci sono dei bei laghetti alpini) segue un’altra piccola conca glaciale nella roccia quarzitica, poi ci affacciamo sul confine e vediamo un lago verso est. Noi invece pieghiamo ad ovest, cioè esattamente controvento che ora ci rallegra con sferzate d’acqua gelida. Questo è l’equivalente del luglio australe, ma qui siamo a 54° latitudine sud e ci va bene che non sia neve. Scafandrati e guantati, vogliamo solo perdere quota ma la pietraia è lunga ed ha poca pendenza.

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Man mano che andiamo avanti è evidente che la traccia GPS, passataci da certo Stephan, è stata fatta su Google Maps. Poco sotto si apre una lunga valle glaciale. Ampia, a forma di U e assolutamente intonsa. Alto sopra di noi un condor in termica. Il meteo migliora, sono le 10-e-rotti e ci apprestiamo a scendere per questo toboga infinito, sulla destra orografica del torrente che s’ingrossa rapidamente ad ogni affluente perché incombono i ghiacciai e, più sotto, i nevai. Il fascino di questa valle è che non vi è traccia di alterazione nei millenni. È sempre stata così a memoria d’uomo. M’immagino gli Onas o i Selknam a caccia di guanachi, e più tardi, l’estanciero di Yendegaia a cavallo in questo luogo incredibile.

Man mano che scendiamo la progressione diventa più faticosa: il terreno è coperto da erbe e muschi d’ogni tipo e dal pendio cola abbastanza acqua da formare turbales (pantani) che intralciano il cammino, specie se lo zaino è pesante. I piedi sono già zuppi e, anche se ci manteniamo appena sotto il bosco di ñires, l’incedere è lento e penoso perché ogni passo può celare uno sfondamento. A mezzogiorno abbiamo fatto solo 4 km di valle e ci fermiamo dietro un masso erratico. La fauna c’è e si vede, non è per niente schiva. Uccelletti simili a tordi e a verdoni si avvicinano curiosi e un falchetto si alza dal suo posatoio per volteggiarci sopra tre volte. Dei guanachi solo orme e fatte (che loro depositano in mucchietti comunitari) mentre indisturbati, attivissimi e distruttivi, sono i castori, importati qui per farne pelli ed ora una vera piaga. Ne vediamo due nuotare in una “castorera” fatta con incredibile precisione e vediamo i loro sentieri dalla diga al bosco dove lasciano pali acuminati rosicchiati a mezzo metro.

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Verso le tre siamo stanchi e iniziamo ad avere il passo incerto e il desiderio di sosta, ma la valle è ancora lunga. Stamani pensavamo di poter arrivare al famoso guado del Rio Yendegaia, il vero passaggio chiave di questo trek. Se riusciremo a guadare questo fiume, che sulle poche carte che abbiamo visto e anche su Google Earth sembra grande, a Dio piacendo arriveremo, in un paio di giorni, a Yendegaia e ai Carabineros del 2 de Mayo dove, il giorno 29, passa il ferry da Puerto Williams a Punta Arenas. Se non ci riusciremo ci sarà da tornare indietro, non ci sono altre possibilità. Ma la valle si restringe, si vede che il ghiaccio arrivava fin qui e poi da qui partiva il fiume. Ora i castori ne hanno approfittato. Più sotto il bosco è ripido fino al fiume con poca possibilità di piazzare la tenda. Tra poco pioverà, siamo stanchi e a tre giorni pieni da qualsiasi contatto umano. Meglio fermarsi e non rischiare.

Montiamo il campo e accendiamo il fuoco per asciugare gli scarponi. Alle sei e mezzo abbiamo cenato e siamo in tenda, ha ripreso a piovere. Oggi s’è fatto 12,2 km con una media di 1,7 km all’ora. Al fatidico guado ne mancano circa 7. Vedremo.

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Martedì 24 gennaio 2017, IL GIORNO DELLA VERITÀ

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Anche stanotte ha piovuto continuamente ma noi, vestiti nei sacchi a pelo ce la dormiamo fino alle sette. Nessuno dei vicini castori ci ha visitato, meglio così. La giornata è nuvolosa, asciutta o quasi asciutta. Tra colazione e preparativi partiamo alle nove per uscire finalmente da questa valle e raggiungere il guado sul fiume che sulla cartografia GARMIN si chiama Rio Riojas e sulle carte che noi abbiamo in fotografia Rio Lapataia.

La valle si stringe a V e seguire il fiume diventa impossibile. La traccia GPS di Stephan infatti sale sulla destra orografica in pieno bosco di notofagus, ñires e lengas. Non vi è sentiero e seguiamo il GPS che però ha tracciato a punti molto ridotti e con grosso margine d’errore. Inoltre questo bosco è assolutamente allo stato primitivo: tronchi marcescenti ovunque, alberi crollati e dove ne manca uno il vento ha buon gioco ad allargare la radura. Intere battute di tronconi formano barriere lungo il pendio e in mezzo vi crescono i renovales. Questi “ringiovanimenti” sono micidiali da attraversare con zaino pesante e pendio ripido. Se ieri ci lagnavamo delle erbe… beh oggi le rimpiangiamo rispetto a questa continua lotta nel fitto sottobosco collinare senza sentiero. Ma rimaniamo in traccia perché è l’unica certezza che abbiamo.

Con vento forte (e qui può tirare veramente forte!) il rischio di beccarsi un legno in testa è assolutamente reale e renderebbe questo bosco un vero incubo. Il legno marcio e le zone pantanose si alternano, la progressione è lenta, penosa e faticosa. Facciamo sicuramente meno di un chilometro all’ora. La pur approssimata traccia GPS ci fa sentire meno persi. Non vi sono segni di passaggio umano … anzi si: in un tratto assolutamente intricato e per di più in salita troviamo per terra un involucro di Vitamina C Sabor Naranja. Dopotutto siamo “in traccia”! Sul percorso dove nel 2014 hanno organizzato una gara di wilderness-running di cui Stephan ci ha passato il tracciato. Sinceramente c’è da essere o fanatici o masochisti per venire a cacciarsi qui scientemente! Noi non ci stiamo certo divertendo oggi. A quattro giorni da ogni possibile contatto umano la nostra unica preoccupazione è quella di non farsi male. E qui, carichi come micci, ogni passo è rischioso. Ci spinge il desiderio di toglierci da questo ginepraio.

Più sotto iniziano cespugli con lunghe spine. Poi tutt’intorno le dighe dei castori, alberi ed arbusti sono rosicchiati e le punte sporgono dai cinque ai cinquanta centimetri da “terra”. Ferirsi con quelli sarebbe un guaio. Insomma, in tre ore di contorsionismi arriviamo a vedere dall’alto l’uscita della valle, col fiume ed il Lago Rojas ad est (confine argentino) e dietro Bahia Lapataia. Ad ovest le montagne Darwin con ghiacciai e, diritto davanti, enormi pantani con nel bel mezzo il “nostro” fiume. Vediamo anche UNA CASA sull’altra sponda. Che sarà? Forse una di queste Lodge turistiche per la pesca nei fiumi? Comunque ci sono ancora 260 m di dislivello da scendere lungo la linea di massima pendenza … un martirio che si conclude alle 15.

Al margine del bosco, ai piedi della collina, ci fermiamo un secondo a tirar fiato. E per fortuna non ha piovuto! Ancora circa 1,3 km di pianura per arrivare al guado. Vogliamo accamparci lì e domani passare. Intanto sentiamo un motore d’aereo o di elicottero, poi due volte una voce urlare “Oh-oh”. Saranno quelli del Lodge o gente dietro di noi? Sono tre giorni che non si vede anima viva.

La pianura non è pantanosa o almeno tra la cannuccia e i cuscini di muschi si cammina d’un piacere rispetto alla discesa di prima! In poco tempo, seguendo GPS ed ampie tracce di cavalli, siamo sul bordo del fiume. Ed è un fiume che non si guada! La storia è subito chiarissima: questo fiume è ampio, profondo e la veloce corrente crea grossi mulinelli. Altro che guado a piedi con due zaini pesanti: qui a stento si potrebbe guadare a cavallo! E l’acqua viene dal ghiacciaio Stoppani. Abbiamo una corda adatta ma siamo solo in due. Entrarci così significherebbe cercarsela a quattro giorni da ogni possibile aiuto. La lezione è chiara: siamo piccoli esseri fragili di fronte alle forze ed alla scala dei fenomeni naturali. Ma non capiamo come Stephan non ci abbia avvertito che il fiume non è guadabile senza un canotto o altra preliminare organizzazione. E si vede che non è nemmeno in piena!

Montiamo campo e, scarichi, perlustriamo la riva sinistra andata e ritorno, come orsi in pena dietro le sbarre. Misuriamo anche la velocità della corrente e fa 2 metri al secondo. In serata la portata aumenta. Il “Lodge” si rivela una stamberga abbandonata. Così sfuma anche l’ultima possibilità di attraversare. Fuoco, cena e diario. Domani risaliremo il bosco maledetto.

 

IL BOSCO 25 gennaio 2017

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L’hanno chiamata Terra dei Fuochi perché i primi naviganti occidentali che l’anno avvistata vedevano tanti fuochi. Li vedevano dalle nave e quindi i fuochi erano sulle coste. In realtà le due etnie che abitavano l’isola Grande della Terra del Fuoco si erano divisi gli spazi armoniosamente: Gli Yaghanes vivevano nelle canoe e in accampamenti immediatamente sulla costa e costantemente avevano un fuoco acceso. Gli Onas vivevano nell’interno e cacciavano il guanaco, quindi nella parte stepposa interna dell’isola o nelle immediate vicinanze aperte sulle coste dove ci fossero praterie.

Nessuno ha mai parlato di una terza popolazione e cioè quella che viveva nei boschi e questo per due motivi: primo perché nei boschi non ci viveva nessuno, secondo perché gli esploratori non ci sono mai entrati nei boschi, se non nelle propaggini e questo perché i boschi della Terra del Fuoco e anche di tutto l’arcipelago della Patagonia cilena sono IMPENETRABILI. Si tratta di una selva tropicale, no questo non è vero, ma di una selva si, con un terreno accidentatissimo lasciato in eredità dalle ere glaciali sui quali hanno proliferato i boschi di notofagus e di poche altre specie di arbusti, perché gli alberi sono solo notofagus, ma in compenso un’innumerevole quantità di muschi, licheni e funghi vari da fare invidia a un dizionario di biologia.

Insomma: un ambiente dove il tempo e i vari agenti biologici ed atmosferici stratificano generazioni di piante votate a formare la terra sopra le rocce e il tritume sulle quali nascono, cadono e rimangono a putrefarsi e a farsi trasformare in terra. Ecco questi sono i boschi, forse non in forma prosaica, della Tierra del Fuego, dove fuego proprio non ce n’è e la terra è ancora in formazione.

Oggi il nostro cammino dal promettente nome di partenza da Porvenir a Yendegaia si è fermato in uno di questi boschi. In uno in particolare dove abbiamo trascorso 14 ore in 2 giorni, ieri andata, oggi ritorno. Ma ci siamo fatti l’idea che visto uno, o meglio affondati fino alle ginocchia e andati avanti con i denti per ben 14 ore, con la forza del fatto che da lì non ci avrebbe tirato fuori nessuno se non noi stessi; insomma visto questo li abbiamo visti tutti. In questo bosco s’è fermato il nostro avanzare incessante da Pietrasanta a Yendegaia fino a ieri senza esitazioni, con estrema determinazione. Si è fermato di fronte al fiume Lapataia, un fiume serio che non si capisce come sia stato possibile che ci abbiano detto che si poteva attraversare, si certo con una barca o come tentativo di suicidio, non certo per proseguire a piedi con zaino, come un qualsiasi guado sul cammino. Quindi il fiume, con un solo colpo d’occhio tranquillo e indifferente, ci ha sbarrato la strada che avevamo con estrema fatica conquistato nel bosco; e il bosco ha sbarrato la strada al nostro romantico andare per i boschi con una realtà così evidente e imponente da toglierci davvero qualsiasi velleità.

Siamo di ritorno, stremati nel fisico, colpiti anche un po’ nella nostra presunzione, ridicolizzati dalla scarsa informazione di cui c’eravamo provvisti per affrontare questo viaggio/impresa, pensierosi sulle spese affrontate e il tempo dedicato ad arrivare fin QUAGGIU’ e qui la parola ha veramente un senso letterale… insomma sembrerebbe un disastro e invece è un grande punto di arrivo. Abbiamo capito la parte boscosa di questa terra, abbiamo un’idea meno idea e più pratica e concreta delle dimensioni della natura al suo stato puro, fiancate di monti, irregolarità del terreno, saliscendi, grandezza di fiumi, freddo dei venti dei ghiacciai, essere esposti alle intemperie, ovvero prendersi addosso il tempo così com’è, anzi molto protetti da tante belle giacchette a portata di mano, scarponi e tenda “extreme”. Abbiamo capito che quando c’è da andare avanti ci andiamo e che se poi bisogna tornare indietro, ci torneremo. Anche se è durissima. Abbiamo confermato che siamo una bella coppia, che ci appoggiamo e ci rispettiamo e che ci cacciamo in delle situazioni incredibili, da cui poi c’ingegniamo a venirne fuori. (Sabrina)

 

Mercoledì 25 gennaio 2017, IL BOSCO VERO

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Campeggiamo a bordo fiume un buon metro sopra il livello dell’acqua ma stamani lo sciabordìo della corrente non si ode. Verso le 7 esco ed il livello è sicuramente 30 cm più basso di quello di ieri sera perché di notte il ghiacciaio si scioglie meno. Ciò non cambia minimante la guadabilità del fiume ma ti chiarisce come in questa terra valgano scale di grandezza diverse da quelle cui siamo abituati. Dunque si torna verso nord, ma dobbiamo ripercorrere la via dell’andata? Tirandola, abbiamo autonomia di cibo per dieci giorni. Quel che ci manca è una mappa con un minimo di isoipse. Abbiamo soltanto le carte fotografate da CONAF e nella caserma di Carabineros.

Se provassimo ad aggirare il massiccio ad est non vi sarebbero guadi significativi, ma se tra un paio di giorni trovassimo un qualsiasi ostacolo invalicabile (una gola, una parete, uno di questi mostruosi pantani …) dovremmo tornare indietro. E nessuno saprebbe dove cercarci. La curiosità e la voglia ci sono, come anche il disappunto per questo epilogo e per il fatto che salta il ritorno a Punta Arenas previsto con la barca attraverso i canali patagonici e lo Stretto. Ma il comune buon senso c’impone di riprendere la via conosciuta che sicuramente in tre giorni ci riporterà alla Y85 in costruzione, al cantiere del Cuerpo Militar del Tabajo, il Genio. Lì poi troveremo il modo di tornare a Porvenir e a Punta Arenas.

Qui siamo oltretutto fuori copertura cellulare, abbiamo provato stamani. La giornata è magnifica per i livelli patagonici: limpida, chiara e solare, chiaramente ventosa. Facciamo buona colazione, toilette al fiume e smontiamo con calma perché in realtà nessuno ha voglia di riaffrontare quell’inferno di ieri, per di più in salita. Questa volta abbiamo la nostra traccia GPS da seguire al contrario e sappiamo a cosa si va incontro. Appunto. Attraversiamo la valle sotto gli occhi di quattro bei puledri bradi che per 20 minuti rivendicano platealmente il loro territorio. Ad ovest le montagne Darwin rispendono sotto il sole con le loro aguzze vette ghiacciate che toccano i 2500. Noi attraverseremo un passo tra i 900 e i 1000 metri, tra due cime minori. Ma prima il bosco.

Il bosco non è quello delle favole: buio ma dove Cappuccetto Rosso può tranquillamente passeggiare finché non incontra il lupo. Qui non ci sono lupi né uomini e probabilmente neppure i guanachi. E non è buio: gli alberi son d’alto fusto ed enormi, altissimi. Hanno in proporzione più legno e meno chioma delle nostre querce o abeti. Infatti sono Fagacee, imparentati ai faggi. E tutto questo legno finisce a terra dove degrada. Il terreno è letteralmente ricoperto da tronchi, rami, stecchi marci su cui crescono molti muschi. Laddove scorre l’acqua vi sono chiazze di sottobosco a foglia larga, orchidee. Sulle dorsali più asciutte il sottobosco è comunque a cespugli, spesso spinosi. Poi vi sono le radure dove ricrescono gli esemplari giovani. Questi renovales sono un vero incubo da attraversare: cataste di tronchi marcescenti ricoperte da fini alberelli. Infine i settori infestati dai castori: si riconoscono da lontano perché all’interno della diga gli alberi sono annegati e i tronchi sono bianchi e spogli come grissini. All’esterno invece in una buona fascia i tronchi grossi giacciono al suolo e i castori hanno asportato i pezzi trasportabili. Un castoro ha buona buona la stazza d’un cane boxer e scava tunnel d’ingresso alla tana dove potrebbe entrare una persona.

Un bosco dunque non a misura d’uomo dove infatti l’uomo non si vede perché non vi ha ragione d’essere. E non vi sono sentieri, passerelle, cartelli o “porte d’accesso” come agli sparuti pezzetti di bosco primigenio rimasti in Europa. Noi per tornare al campo di ieri abbiamo impiegato sette ore per fare 6.3 km (di cui 1,3 in pianura e non era bosco!) con dislivello positivo di 530 m. e negativo di 150. Adesso sappiamo cos’è il bosco magellanico e tanti saluti. Se lo tengano pure stretto, io non ci torno. Ma mi ha fatto piacere di averlo visto prima che la strada con futuro valico di frontiera realizzi un circuito attraverso il quale i turisti di Ushuaia traboccheranno qui e troveranno un bosco reso accessibile, con i gabinetti e magari le passerelle e (perché no?) il Parco Castori con tanto di filmati didattici, simpatici gadgets e patatine fritte. Un bosco a misura d’uomo. Appunto.

 

Giovedì 26 gennaio 2017: Lo Starnuto di Darwin

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Con comodo, dopo lungo e meritato riposo, partiamo alle 9.45 per risalire quella valle che avevamo disceso con baldanzosa sicurezza come il fante di Cecco Beppe. Il tempo è variabile ma il vento oggi soffia da nord e s’infila sparato in questa valle con notevole “effetto Venturi”. Così siamo in salita e controvento. Ma tant’è: conosciamo la strada e sappiamo che più si sale più il substrato ci è favorevole nel senso che cespugli e arbusti lasceranno il posto a muschi, licheni e nuda pietra dove si cammina con meno sforzo. Contiamo di fare i dodici chilometri che ci separano dalla conca glaciale dove ci accampammo il 22 e di proseguire la discesa verso il bosco per avvantaggiarci sulla tappa di domani. Perché domani sera arriveremo alla strada proibita e dovremo percorrerla il più possibile e magari chiedere un passaggio agli operai – pardon: ai militari del CMT.

Luce abbagliante e nuvole che si accavallano rapide. Dietro di noi il cielo è plumbeo, arranchiamo di buona lena. Verso le dieci e mezzo un elicottero militare grande s’infila nella valle dal passo e la percorre tutta a velocità costante. Ci fermiamo ma siamo colorati vivacemente, con giacca verde fosforescente e azzurra, coprizaino giallo e rosso. Siamo in pieno prato andino, scoperti. Non può non vederci! In meno di tre minuti sparisce oltre il bosco che ieri ci ha impegnato tutto il giorno. Sarà di collegamento tra i due cantieri della strada? Andrà alla caserma “2 de Mayo” la quale dovrebbe essere stata avvertita del nostro arrivo dai Carabineros di Pampa Guanaco? Sono cinque giorni che non vediamo essere umano, ora qualcuno ha visto noi e l’informazione sarà già arrivata via radio a chi di dovere. Discutiamo su cosa dire al tenente del CMT che ci proibì l’accesso.

Un’ora dopo ci fermiamo per una manciata di frutta secca dietro un masso erratico. Il vento è in aumento e minaccia pioggia: le prime gocce ci accompagnano da alcuni minuti e questa volta sembra non voglia smettere, anzi mentre mangiamo aumenta decisamente. Mancano più di due chilometri al passo e siamo in terreno aperto senza possibilità di rifugio. Il dislivello da fare è inferiore a 300 metri. Dopo il passo il cammino svolta bruscamente a sinistra, da nord-est la direzione vira a ovest. Andiamo avanti sapendo che fino oltre il passo non c’è riparo e che dobbiamo levarci di qui velocemente. Testa bassa e camminare, ora piove forte e il vento ti spara le gocce in faccia in orizzontale. Ma è acqua, non neve. Siamo bagnati come orsi ma finché ci muoviamo rimaniamo almeno caldi.

Yendegaia ci sta mettendo alla prova anche se questa tempestina per la Cordillera Darwin è un semplice starnuto. Noi comunque ne usciremo, e interi! Oltre il passo, con le sceniche lagunette che ora non degniamo di uno sguardo, svoltiamo nella grossa testata della valle dominata dai due ghiacciai e … sorpresa: il vento è contrario anche qui! Non so come, forse l’orografia del luogo lo incanala. Fatto sta che la tempesta non si calma ed è ancora contraria. Oramai totalmente zuppi, con i guanti bagni e i piedi pure (ma almeno sono caldi) non cerchiamo neppure di evitare i ruscelletti che questo acquazzone ha ingrossato. Cascatelle appaiono ovunque, noi cerchiamo di orientarci tra gli speroni rocciosi e i relativi ruscelletti ed un paio di volte tocca tornare sui nostri passi per aggirare l’ostacolo.

Verso le quattro s’arriva alla conchetta dove già dormimmo all’andata. Siamo provati. Al bosco per un’ipotetica protezione e un fuoco che ci asciughi abiti e scarponi mancano ancora un paio d’ore su pietraia ripida ed ora scivolosa. E poi il bosco stesso è ripido. Non ci ricordiamo d’aver visto dei posti adatti per piantare la tenda, si rischia di far venire buio e si rischia una caduta per stanchezza. Dunque ci fermiamo qui. Battendo ogni record di montaggio tenda, attrezziamo questo meraviglioso guscio che ha da proteggerci e ci cambiamo i vestiti zuppi, ci scaldiamo con le minestrine istantanee e nel sacco a pelo col piumino. Eravamo intirizziti ma un’oretta di sonno ci rimette al mondo. Intanto ha smesso di piovere, la temperatura è calata ulteriormente e tira ancora un bel vento. Con un cordino teso tra due massi asciughiamo quasi tutto. Purtroppo gli scarponi no, rimarranno bagnati fino a domattina. Ma noi siamo al sicuro, nutriti e scaldati. In serata il cielo si pulisce e le raffiche aumentano, irregolari. Qui in questa conca siamo abbastanza protetti. Ci addormenteremo sotto la Croce del Sud.

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Venerdì 27 gennaio 2017: VUELTA AL PROGRESO

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Anche stanotte ha fatto vari scrosci d’acqua ma soprattutto il vento ha ululato sopra le creste che ieri abbiamo aggirato. Sembrava che si attivasse il turbo d’un gigantesco motore. Alle 7 era variabile asciutto con vento da sud. Colazione e smontaggio veloce, alle 8 siamo “su strada”.

La prima ora e mezza sono pietraie e morene, cercando di scaldarci i piedi che abbiamo ficcato negli scarponi ancora fradici e ghiacci. Rivoli e torrenti sono ingrossati di brutto e i guadi che all’andata avevo segnato con ometti vanno reinterpretati. La prima pioggia seria da sovrapantaloni ci prende su una pietraia morenica ripida. Abbiamo fatto bene, anzi benissimo, a fermarci ieri! Appena sotto inizia il bosco di ñires e poco oltre si nota la prima traccia umana: rami tagliati per segnare la via. Non credo che la strada passerà in mezzo ad una morena incoerente che regge un laghetto glaciale, ma di sicuro i progettisti sono passati da qui.

Mentre entriamo nel bosco si scatena un altro acquazzone ma noi siamo al riparo. Adesso seguiamo le scalfitture nei tronchi. I militari hanno segnato il percorso in salita e al ritorno i segni si vedono solo voltandosi indietro. Comunque seguiamo il fiume e ben presto si riconosce la traccia d’un sentiero. Poi all’improvviso il primo nastrino colorato arancione, inchiodato ad un tronchetto appena a valle d’una diga di castori. È il picchettamento della futura strada e con esso si pone il problema dei lavori in corso e della pericolosità dal cantiere. Speriamo non facciano saltare tutto proprio stamani!

Con impazienza continuiamo a scendere nel bosco ripido finchè arriviamo ad inizio strada. Un escavatore giallo è fermo al termine d’un nastro disboscato che taglia in due il paesaggio. Non c’è alcuna attività in corso, tutto tace. Con breve passaggio scavalchiamo tronchi e terra di riporto e siamo con i piedi “nel progresso”. Che in nostra assenza è avanzato di buoni 500 m. “por la razòn o la fuerza” come recita il motto sui mezzi dell’esercito. Il nastrino diligentemente pichettato al margine segna il chilometro 84,040. Ma oggi il Cile non lavora. Ci sono circa 20 km fino alle baracche del CMT e in qualche modo ci sarà da superarli.

Ancora con i pantaloni da pioggia e sotto scrosci occasionali ci accingiamo, di malumore, ad una camminata regolare, monotona e infinita. È mezzogiorno e qui, di questa stagione, il buio cala alle 23 e 30. Ce la possiamo fare. E se non ce la faremo monteremo la tendina al margine del nastro artificiale di terra battuta e se ne riparlerà domani. Finché eravamo fuori dal mondo umano contavamo solo sulle nostre forze. Ora siamo delusi di non poter chiedere un passaggio, per giunta a coloro che ce ne avevano impedito l’accesso! Cinque chilometri e una buona ora dopo arriva un camion rosso. Noi ci spostiamo e salutiamo, lui ci fa cenno e passa oltre senza fermarsi. Dietro di noi e davanti a lui c’è solo l’escavatore fermo a fine strada.

Dopo ancora un chilometro vediamo due vestiti di blu venirci incontro, a piedi. Non hanno zaini e non sono militari. Tecnici? In uno spagnolo claudicante chiedono quanta strada ci sia ancora. Sono una coppia di Stuttgart che gira per il Sudamerica col camper che adesso è parcheggiato a qualche chilometro accanto al cartello di divieto di transito per lavori. “Tim Reiter, campione mondiale 2011 di corsa NEL cerchio” (come la ruota dei criceti) recita la scritta sul vistoso camper giallo. Scambiamo alcune informazioni in tedesco e inglese mentre mamma volpe con volpacchiotto trotterellano indisturbati e per niente intimoriti a 15 metri.  Poi loro proseguono “fino alla fine”, hanno già chiarito che non torneranno al nord oggi.

Proseguendo appaiono i primi cartelli: No botar basura e Quidemos el medioambiente. Saranno ovviamente rivolti ai militari stessi perché la strada è chiusa al traffico. O come mai non lavora nessuno? Dopo un po’ ci fermiamo a mangiare un boccone e ci sediamo su un tronco al lato. Questo taglio attraverso il bosco ne mette a nudo la natura assolutamente impraticabile …. Comunque arriva un’ambulanza militare e chiaramente si ferma. È proprio il graduato che ci portò dal suo tenente. Ci fa la ramanzina d’ufficio perché siamo in zona chiusa anche ai pedoni, ma è un ragazzone, ci ha chiaramente riconosciuto e sotto sotto ridacchia. Passa oltre non senza averci detto che non può portare i civili (per di più sani) sull’ambulanza. Noi stiamo al gioco e annuiamo pentiti a testa bassa, lui sparisce… ma presto da qui dovrà ripassare e lo sappiamo entrambi.

Dopo circa un’ora infatti ci becca per strada, si ferma e… suvvia, faremo uno strappo alla regola! Nel vano posteriore ci sono due barelle ma anche due militari (sani) che in barba al regolamento vi siedono sopra. Attacchiamo discorso. Sono due ragazzi di 18-20 anni volontari, come tutti i militari cileni. Uno è di Santiago, l’altro dell’Araucania. Dapprima sono molto timidi ma non si può apparire sgarbati con una signora che parla un fluido castigliano e che potrebbe essere la loro madre. Gli chiediamo e loro prima di rispondere si scambiano uno sguardo. Sono generici soldati, non specializzati, si definiscono “ausiliari” e fanno la ferma volontaria di 12 mesi. Hanno chiesto loro di essere assegnati al CMT e quando gli chiedo il perché uno risponde “porque me gusta trabajar. E a costruire strade il lavoro c’è davvero!  Staranno via da casa per l’intera ferma, senza licenze. E quando torneranno avranno imparato un mestiere pratico. Uno parla di meccanico.

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Così, dei 25 km di strada ne facciamo solo 10 a piedi e arriviamo alle baracche del Genio. Chiediamo al graduato di poter telefonare per organizzare la nostra partenza. Loro hanno il telefono fisso e internet … cerchiamo Juan Quélin che ci ha portato fin quaggiù, pero non c’è. Ma sua moglie ci conferma che domani verrà a prenderci. Ci costerà quanto la barca da 2 de Mayo che non abbiamo preso (né, per ora, pagato e la dobbiamo disdire), ma ci andremo in pari. Il tenente non c’è e il graduato ci indica l’ingresso dell’Estancia Lago Fagnano dove “fanno anche camping e affittano capanne”.

La stradina s’inoltra in un ceduo di ñires dove hanno pulito il sottobosco. Nel parcheggio ci sono le camionetas dei pescatori di trote ed alcune tende. Piove. La ragazzina minorenne alla guida del pickup ci indica suo nonno, un vecchietto col bastone che zoppica vistosamente dalla gamba sinistra. Il signor German Genskowsky M. è nato nell’estancia del padre a Caleta Maria, 12 km a valle del fiume nell’omonima baia. Tra gli anni ’60 e ’80, quando la coperta era corta per tutti e vi fu una moria di pecore, lavorò sulle piattaforme petrolifere ma tornò alla sua terra (buoni 100 km a sud dell’ultima estancia Vicuña) per fondare casa propria sulle rive del lago Fagnano. Ovviamente non c’era la strada e i contatti erano via mare fino a Caleta Maria e poi a cavallo su per la valle per 12 km oppure sul lago che si sviluppa est-ovest ed è quasi per intero territorio argentino.

Ci affitta una capannetta di legno rivestita di lamiera, con il bagno in dépendance. Stufa e scaldabagno a legna e le finestre che non si possono aprire. Ma ci sono i letti, un tavolo e la doccia: a noi sembra una reggia e ci istalliamo. Questa fu la prima casa del nonno che poi si costruì la casa di famiglia e il galpòn (la rimessa) poco lontano. La figlia, con due marmocchi al seguito, ci accompagna e ci regala pure una pagnotta e tre uova fresche. Il signor German si azzoppò cadendo da cavallo e non potendo più cavalcare dovette vendere gran parte delle sue vacche. Gli chiediamo se conosce Yendegaia, lui risponde che ci andò una volta nel 1964, a cavallo, in occasione della perlustrazione annuale dell’esercito in quella zona. Non ricorda bene da dove passò ma ricorda che guadarono il rio a cavallo. Ci doveva essere molta meno acqua e comunque nel ’64 faceva assai più freddo e il disgelo non era così violento.

Questa estancia è la più meridionale della Tierra del Fuego cilena. Più a sud vi è solo Yendegaia, ma è abbandonata. Adesso, con lo sperato avvento del turismo, l’attività sposterà il suo fulcro dall’allevamento alla ricezione turistica per pescatori e trekkers. Ma siamo ancora in uno stadio super embrionale. Lo scaldabagno è rozzo ma efficace e la doccia è proverbiale, poi tiriamo un cordino nella stanza ed asciughiamo tutto, bucato e scarponi compresi.

Abbiamo fatto circa 75 km di cui 15 di “strada” in sei giorni in questo parco nazionale che esiste solo sulla carta, di cui né CONAF né i Carabineros hanno informazioni o carte dettagliate e il cui accesso è interdetto dall’esercito. I rari visitatori arrivano in barca da sud e lì  si fermano.  Tra qualche anno le masse vi arriveranno anche da nord e la Y85 avrà snaturato per sempre la conca glaciale, il passo e la valle del Rio Condor. Sarà come vederlo in Google Earth: una visita virtuale.

 

Sabato 28 gennaio 2017: EPILOGO PER ORA

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Alle 8 bussano alla porta del nostro “palazzo”. Siamo crollati e Morfeo e la pioggia sul tetto ci stanno cullando. Ma in due minuti torniamo alla realtà.  Chiediamo a Juan Quélin di accompagnarci a Caleta Maria per completezza degli “insediamenti umani” nel raggio di 50 km.

La strada (ovviamente sterrata) fu tracciata con una ruspa dal padre del signor German e passa alta sulla sinistra orografica della valle. Il paesaggio è montano, selvaggio e stondato, mi ricorda vagamente il Supramonte sardo, solo che qui è granito.

A Caleta Maria la strada finisce sulla spiaggia non lontano dalla casa, l’unica.  C’è una camioneta parcheggiata ed alcuni lavorano al galpon. Dietro, in piena valle, l’esercito ha allestito una piccola pista di atterraggio, secondo Juan su terreno privato e neppure espropriato. Non c’è alcun cartello ma l’accesso è chiuso da una staccionata. Juan dice che Stephan, (che ci fornì la traccia GPS) passò da qui nel 2014. Ma tempo prima aveva “organizzato” il percorso ed allestito, tra l’altro, una tirolese al guado che ci ha respinto.

Ora sì che mi torna! L’unica altra possibilità di passare, barca esclusa, sarebbe contattare un gaucho che sappia esattamente DOVE guadare a cavallo.

Qui finisce per ora l’esplorazione del settore sudoccidentale della Terra del Fuoco cilena.  Una zona ancora assolutamente priva d’informazioni benché sia a pochi chilometri (in linea d’aria) da una città superturistica com’è Ushuaia. Ma c’è di mezzo il confine e la fissazione cilena di “assicurare la sovranità” sul territorio, concetto caro anche all’opponente argentino che lo chiama, senza mezzi termini, “hacer Patria”. Dunque se mai ci torneremo lo faremo da sud e via mare, come giustamente i Kawesquar e gli Yaghanes hanno sempre fatto. A noi comunque è andata relativamente bene perché quest’anno eravamo i primi a passare dal CMT Lago Fagnano. D’ora in poi i militari fermeranno e rimanderanno indietro eventuali trekkers fintanto che durano i lavori. Cioè ancora per qualche anno.

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