Yendegaia due anni dopo

Copertina PNTierraDFuego

 

7 e 8 febbraio 2019: EL TABSA

Siamo a Punta Arenas per imbarcarci sul ferry per Puerto Williams. Sono una trentina d’ore di navigazione, dapprima nello Stretto verso ovest, poi verso sud sul tratto di Oceano Pacifico aperto per rientrare infine in direzione est tra vari canali e fiordi di questo immenso arcipelago australe per poi imboccare il Canal Beagle. L’idea è di sbarcare a Yendegaia dove questa barca, lo “Yaghan” della compagnia TABSA, attracca alla caserma dei Carabineros “2 de Mayo”, quella che due anni fa NON abbiamo raggiunto via terra da nord. Non è affatto certo che ci facciano sbarcare: il Parco Nazionale Yendegaia è ancora (due anni dopo) chiuso al pubblico ed il controllo è affidato ai Carabineros e ai militari del Genio i quali non hanno, ad oggi, ancora finito la strada di collegamento tra Lago Fagnano e baia Yendegaia. Se non riusciremo a sbarcare e se non ci arrestano, proseguiremo per Puerto Williams dove comunque abbiamo un programma di verifiche e tenteremo da lì di raggiungere Puerto Toro, un altro posto assurdo nell’estremo est dell’isola di Navarino, che conta 5 abitanti fissi. Il traghetto salpa alle 18 carico di camionetas, containers, materiale edile, nasse per la centolla e circa 200 passeggeri, tra i quali quattro appariscenti colombiane “abbronzate” – segno che il mercato di Puerto Williams prospera! Ci sono anche molti escursionisti con grossi zaini, sicuramente andranno a fare i “Dientes de Navarino”, ci rallegriamo che il circuito abbia preso piede e d’averlo fatto nel 2015! Che il motto del Cile potrebbe essere “orden y soberania” (in realtà è “por la razon o la fuerza”) lo si vede dall’efficienza e dall’impegno che ci mettono, al limite dell’ossessione. Sono e orgogliosamente si professano attivisti del perfezionismo. In questo traghetto, che ha qualche anno, tutto è regolato come e con l’orologio. Zaini e borse stivati hanno il contrassegno e guai a perderlo, i pasti sono organizzati in turni di 52 e ti vengono a chiamare per nome. Cena alle 19 con una fetta di carne, due di pancarré, una mestolata di riso e uno yogurtino. Noi seddiovole abbiamo 4 aguacates… I nostri posti sono in “cama”, ovvero sedili totalmente reclinabili. Esiste anche la “semicama”, ma anche avendo prenotato con sei mesi d’anticipo non c’era più posto. Il traghetto è praticamente pieno. La sera, appena prima del tramonto, due balene sbuffano al largo di Fuerte Bulnes e tre delfini sfrecciano sul lato destro mentre il vento teso da Ovest accumula nuvole basse. La navigazione è “calma” e per tutta la notte si svolge nei canali “riparati” dell’arcipelago. La mattina, verso le quattro, apro un occhio e sento che piove. Alle 7 si balla un po’, è già chiaro e vedo che siamo nel tratto esterno. Costeggiamo da ovest le isole esterne mentre dentro il traghetto la gente si sveglia. L’area passeggeri è tappezzata di foto in bianco e nero di Yaghanes: gruppi familiari di cacciatori ora nudi, ora impellicciati o vestiti all’occidentale. Sono foto fatte ai primi del ‘900 dai Salesiani o direttamente da padre De Agostini. Di certo non dall’eterogenea accozzaglia di avventurieri, i quali agli Yaghanes sparavano a vista, tagliavano orecchie e genitali ed incassavano il premio dagli allevatori. Ora piove e fa un freddo cane. Il paesaggio nei canali è identico a quello verso Puerto Eden: plateaux di granito totalmente montonati dai ghiacci, cascatelle e nevai in alto. La vegetazione è più bassa e tormentata ma ugualmente m’immagino questa (poca) gente in canoe familiari, con dentro il fuoco acceso, praticamente nudi a pagaiare in queste acque per millenni.  Il ghiacciaio Romanche genera una impetuosa cascata marrone, quello Italia arriva fino al mare ma ambedue si sono ritirati vertiginosamente ed ora i crepacci sono belli aperti. Lo Yaghan si sofferma un attimo, tutti scattano foto anche se sono le 16 e pioviggina. Mi chiedo quanti stiano pensando al disequilibrio climatico in atto e quanti a You Tube. Intanto s’avvicina l’ora della verità: riusciremo a sbarcare a Yendegaia?

9 febbraio 2019: duri come il controverso del marmo!

Come direbbe Giannino Stoppani: “ah giornalino mio, come siamo capitati male!”. Se ogni popolo ha suoi comportamenti predominanti – ad esempio noi italiani ci lamentiamo, siamo immobilisti però alla fine creativi – ebbene: i cileni sono efficienti ma flessibili come un blocco di marmo e cocciuti come muli! Entrando da ovest nella baia di Yendegaia notiamo sulla costa un posto abitato e con pallone radar. Di sicuro Carabineros o esercito. E’ nuovo. Ed è nuova la traccia disboscata in linea retta che da “2 de Mayo” parte, a pochi metri sul mare, per alcuni chilometri verso nordovest. Ed è nuova l’area cantiere del Genio Militare appena sopra i Carabineros. La zona è totalmente militarizzata e chiusa al pubblico, al molo d’attracco vi sono forse trenta uomini tra Carabineros, esercito, tecnici e maestranze. Lo Yagan scarica molto materiale per questo posto, due militi e la figlia di un terzo con bambino. Nessun’altro può mettere piede a terra né ha la possibilità di interloquire. In teoria potremmo chiedere un permesso ai forestali (CONAF), ma ci hanno già chiarito che sarebbe tempo sprecato. Dunque non possiamo che rimanere a bordo e per altre quattro ore navighiamo sul Canal Beagle piatto come l’olio oltre Ushuaia e Puerto Navarino fino a Puerto Williams, Cile, dove arriviamo ben dopo mezzanotte. Già da lontano la cittadina appare più estesa di tre anni fa. Ma siamo confusi dalle luci che provengono dalla costa nord del canale, quasi dirinpetto a Puerto Williams, ma in Argentina. Per quello che ne sappiamo noi da quella parte non c’è niente. E invece tantissime luci, una piccola metropoli ingigantita dal buio tutt’intorno. Ci hanno girato il Canale? Cosa sono quelle luci? E Dove? Con questi dubbi, che ci chiariremo solo una volta rientrati in Argentina, sbarchiamo a destra (correttamente sulla sponda sud a Puerto Williams, Cile) e nel vento ghiaccio della notte abbiamo ulteriore conferma dell’ottusità procedurale di questi poveri Cristi nelle operazioni di recupero dei bagagli passeggeri: invece di metterli fuori chiamando il numero sul talloncino, si fanno consegnare un talloncino alla volta e cercano poi nella montagna di zaini quello corrispondente al numero. Ci aspetta Maria Luisa della locale comunità Yagan e ci accompagna all’ostello nuovo di pacca sorto a Ukika, quartiere/ghetto storico della comunità che già visitammo nel 2015. L’ostello si chiama Villa Ukika e ci accoglie con la solita cameretta di compensato multistrato, bagno comune scalcinato e riscaldamento a legna. Domani riprenderemo contatto con questo posto.

 

Nei giorni successivi un’ondata di insolito maltempo ci scoraggia dall’avventurarsi per due giorni sul “Monte Miseria”: un nome, un programma! Anche qui si tratta di arrivare prima che costruiscano la strada fino a Puerto Toro che per ora si raggiunge solo via mare con mezzi propri o una volta al mese con la barca pubblica. Rinunciare anche a Puerto Toro mi da quasi il colpo di grazia, quando e se torneremo ci sarà un’altra bella striscia di asfalto, e per un po’ sarà la più australe del mondo e poi cosa s’inventeranno per andare ancora più in là???

Ma  cos’è questa energia incontrollabile che ci spinge in questi angolini dell’estremo Sud America a competere sul terreno con la costruzione delle strade? Cioè ma chi ce lo fa fare quando le condizioni dei luoghi, il clima ostile e il rischio di finire anche in qualche gattabuia, non sono poi ipotesi tanto remote … Per me la motivazione irrefrenabile è quella di percorrere luoghi senza tracce umane, o molto poco conosciuti. È un po’ come camminare su Marte ma sulla Terra! C’è un’emozione speciale ad andare avanti sapendo grosso modo dove si vuole andare ma creando il percorso, un po’ come la canzone di Manuel Serrat “ …caminante no hay camino, se hace camino al andar ….”. Ecco è un atto creativo, non è solo camminare: è scrutare e superare l’ostacolo dove tutto è imprevisto, perché mai visto prima! Ci sono così pochi posti ormai dove questo è possibile: le strade, i sentieri, le tracce, le informazioni… sempre c’è qualcosa o qualcuno che precede la meraviglia dello sconosciuto, ed è lo sconosciuto che mi attrae.

E se questo è il viaggio nello spazio,  c’è poi il viaggio nel tempo. Tra la strada che porta a Bahia Lapataia e il quasi nulla che porta a Bahia Yendegaia c’è un viaggio nel tempo: Bahia Yendegaia è oggi quello che era Bahia Lapataia 200 anni fa, cioè irranggiungile via terra, sconosciuta al mondo occidentale, con l’eccezione di pochissimi navigatori. Una linea del tempo che taglia un territorio: da una parte una strada percorribile anche da grandi pulmann, bar, ristoranti e comode passerrelle, dall’altra la natura ancora intonsa, la differenza irreparabile tra un bosco “tagliato” da una strada o fosse anche solo un sentiero e un bosco primigenio, dove si avanza a 0,8 km all’ora. Forse ci sono molti altri posti al mondo dove convivono due spazi contigui e naturalmente omogenei che l’azione dell’uomo ha reso irrimediabilmente diversi, ma io conosco questo e lo voglio sviscerare fin dove possibile, a quanto pare quasi a ogni costo. Ed è questo che me lo fa fare! (Sabrina)

17 febbraio 2019:  Confini mobili?

Visto che per i comuni mortali dal Cile sembra non esserci modo di raggiungere la baia di Yendegaia, ci toccherà ritrovare i vecchi percorsi che, via terra, collegavano l’estancia Yendegaia (l’unica della zona) alla città di Ushuaia, a sua volta l’unica della zona, ma argentina. Stiamo parlando di cent’anni fa, quando nel 1915 due famiglie di origine Croata fondarono l’estancia e vi costruirono il “casco” (abitazione principale) sul lato occidentale della baia, importando via mare un grosso prefabbricato con torrette cilindriche sul modello allora in voga presso gli allevatori isolati. E loro isolati lo erano davvero! Nel frattempo però l’estancia è stata abbandonata e il collegamento interrotto da un confine di stato che, sebbene preesistente, era stato “relativamente permeabile” fino al 1978, quando i due stati rischiarono addirittura una guerra lungo il Canal Beagle.  Ma un collegamento tra Yendegaia e il mondo esterno ci doveva pur essere! A noi basterebbe arrivare ad est della baia, ma ora c’è la stazione dei Carabineros “2 de Mayo” e tutto l’ambaradan del nuovo cantiere stradale! In linea d’aria sono 7 chilometri dal confine argentino.  Non riusciremo certo ad arrivare al punto che NON guadammo due anni fa: da “2 de Mayo” dovremmo camminare due giorni attraverso una zona ora brulicante di maestranze. Ma comunque vale la pena d’indagare su questi collegamenti storici. Perciò, con tendina e zaino per ogni evenienza, ci siamo trasferiti sul lato argentino, vicino a Ushuaia, nell’area campeggio del Parque Nacional Tierra del Fuego per annusare la situazione. Il “campeggio” è esposto ai quattro venti, situato lungo l’emissario del vicino Lago Roca che ora (se Dio vuole) ha finalmente riacquistato il suo nome Acigami, in lingua Yamana “grande cesto/borsa”. Da lì iniziamo, come innocenti escursionisti con zainetti leggeri, a seguire il ben segnalato sentiero che bordeggiando il lago verso nordovest prima o poi interseca il confine di stato, la linea retta in direzione nord-sud che taglia in due montagne, laghi e vallate di quest’enorme isola. La giornata è solo leggermente velata e ventosa, passiamo l’imponente bar/caffetteria (nuovo) dove il Parco accoglie le centinaia di turisti che sciamano dai pullman delle visite guidate giornaliere, raggiungiamo l’ultimo piazzale, pieno di cinesi col selfie-stick mentre una guida prepara una dozzina di clienti a scendere l’emissario in canoa ed imbocchiamo la traccia che si snoda tranquilla nel bosco d’alto fusto. Questo sentiero dovrebbe costeggiare tutto il lago fino all’immissario, quel Rio Lapataia che ci respinse due anni fa. Per raggiungere l’estancia in località “galpones” (ovvero “capannoni”) ci sarebbe comunque da guadarlo. Ma a noi interessa solo verificare l’esistenza d’un collegamento. Nessun cartello di divieto, anzi il parco ha addirittura costruito semplici passerelle in legno per agevolare i punti più danneggiati dalle intemperie! Cigni bianchi dalla testa nera nuotano intorno. Un atletico giovanotto in canottiera e braghe corte, dall’aria molto cilena, scarico ma con radio, c’incrocia a corsa e sparisce dietro di noi. Mezz’ora dopo ci supera in volata e prosegue nel folto del bosco. Un milite in borghese? La coppia di francesi con zainetti da giornata ci dice che “non manca molto” all’Hito XXIV, il traliccio di ferro che segna il confine. Sarà, ma per il mio GPS siamo appena a metà strada! Passiamo la fototrappola numero 15 legata a mezzo metro da terra al lato del sentiero, poi all’improvviso lo vediamo: l’Hito XXIV si erge, un po’ storto, a bordo lago proprio sulla battigia, lambito dalle acque oggi calmissime. Una posizione inusuale: di solito sono ben cementati nella roccia, che qui non manca! A fianco un cartello di legno del parco (argentino) segnala il “limite internacional”. Per il GPS manca ancora oltre un chilometro e il sentiero prosegue evidente. Il traliccio è stato spostato a bella posta onde creare una “zona cuscinetto” e tenere i visitatori lontani dalla frontiera vera? Andiamo. Da qui in poi il sentiero è meno mantenuto, più “selvaggio”, occasionalmente attraversa frane non recenti ma la traccia rimane evidente anche senza segnalazione. Si odono molti più uccelli e si vede bene il picchio rosso tambureggiare i tronchi di Notofagus. Andiamo avanti così per una buona ora ma ormai è chiaro che questo collegamento esiste ancora! Fischiettando contenti possiamo tornare alla nostra tendina.

18 febbraio 2019: I cavalli volano

Ma verosimilmente la strada maestra via terra tra Yendegaia e la città non aggirava il Lago Roca/Acigami: non lontano da Bahia Lapataia, estremo sudovest del parco argentino dove i turisti posano accanto al cartello indicante il punto finale della Ruta 3, si apre una bella valle stondata e dolce che va sparata verso ovest… verso la sponda orientale di Bahia Yendegaia, guarda caso esattamente all’altezza della caserma cilena “2 de Mayo”. Se fossi stato l’estanciero di Yendegaia sarei passato da qui per andare a comprarmi il tabacco in città! Qualche anno fa una guida disse a Sabrina che suo fratello guardiaparco conosceva l’attacco del sentiero verso Yendegaia e le indicò anche la zona dove cercarlo. Mentre l’altro giorno un gaucho, ridendo, ci raccontava d’un suo amico che, sorpreso dai cileni oltreconfine in mezzo a quella valle, venne prelevato da un elicottero militare che portò lui e il suo cavallo (!) nel carcere di Punta Arenas, capitale regionale, distante circa 250 km in linea d’aria ma 470 via terra (più l’attraversamento dello Stretto di Magellano). Francamente, ce li vedo bene i solerti cileni volare col cavallo appeso al baricentro! Queste storie, magari un tantino esagerate, ci dicono comunque che esiste un collegamento, che è percorribile, che però l’efficiente cileno lo sorveglia bene e che se ti becca sono guai. Tutto ciò ci appare assolutamente plausibile, dunque dobbiamo trovare quel sentiero! Perciò la mattina, di buona lena e con zainetto da giornata, tagliamo la sterrata Ruta 3 attraverso il Parco tramite l’apposito sentiero “Los Castores”, superevidente, curato, cartellonato che porta alla “castorera”. Perché quello è il punto più occidentale ufficialmente raggiungibile nei paraggi ed è lungo il fiumiciattolo della famosa valle, appunto l’Arroyo Los Castores. Vi arriviamo col timore di trovarci un gruppo di turisti, magari con guardiaparco. Infatti non siamo soli e ci tocca pure fingere di osservare quelle bestie, che per carità faranno il loro lavoro ma stanno provocando disastri immani nell’ambiente magellanico dove sono stati scientemente introdotti. Appena l’ultimo zoofilo volta l’occhio amorevole, scavalchiamo la staccionata e (letteralmente) c’imboschiamo verso ovest. Il torrentello è emissario d’un esteso pantano e dobbiamo deviare verso destra (nord) ma siamo in pieno “turbal” e totalmente allo scoperto per un paio di chilometri. Forse è qui che hanno prelevato il gaucho e il cavallo e noi cerchiamo di essere veloci per guadagnare la protezione del bosco, davanti sulla nostra destra alle pendici del Cerro Condor (omonimo della valle che abbiamo percorso due anni fa, ma qui siamo completamente da un’altra parte!). Siamo totalmente fuori sentiero ma ogni tanto v’è un cespuglio con un nastrino rosso (?) finché, nel mezzo del tratto scoperto, una vecchia recinzione di filo spinato (“cerco”) spunta ormai semisepolta dallo sfagno. Taglia la valle in direzione nord-sud e i pali di legno sono marci e colonizzati dai funghi. Non incontriamo l’Hito XXIV-A ma secondo il GPS siamo al confine di stato, questa però sembra più la delimitazione della fu Estancia Yendegaia. Siamo in Cile e un qualsiasi milite ci vedrebbe da miglia lontano, perciò intanto togliamoci da qui! Giunti al margine del bosco incontriamo una traccia che costeggia il fianco del monte nella direzione giusta. Non è certo molto frequentata ma è perfino segnata con nastri blu e soprattutto è… evidente. La seguiamo per una mezz’ora, sapendo perfettamente d’andare verso il cantiere del Cuerpo Militar de Trabajo di Yendegaia. E che non è il caso fare la loro conoscenza. Forse ciò che vediamo sono i caposaldi del rilievo di campagna cileno per tracciare il futuro collegamento con Ushuaia, e verosimilmente la strada ricalcherà in parte la traccia preesistente! Per oggi possiamo tornare sui nostri passi, domani cercheremo la chiusura del cerchio!

19 febbraio 2019: Una strada nel bosco

L’area campeggio è infestata da “caranchos”, rapaci della famiglia dei falconidi (nome scientifico Caracara plancus). Sono dei bei pollotti di oltre un chilo, dal vispo sguardo da canaglia. Predatori opportunisti che non disdegnano carogne, avanzi e rifiuti. Qui sopra ne volteggiano molti e sono ben in carne mentre oltreconfine quasi non si vedono. La loro alta concentrazione è un effetto collaterale dell’antropizzazione del territorio, anche se Parque Nacional, dunque “protetto”, qualsiasi cosa ciò significhi. Perché mi pare che la parte cilena, grazie alla sua inaccessibilità, abbia goduto finora d’un livello di “protezione” superiore a quella argentina, che ne ha preservato l’integrità naturale. Finché dura. Con questi pensieri ci aggiriamo anche stamani sulla Ruta 3 verso il settore indicato a Sabrina dalla guida, quando da un cespuglio emerge una arzilla vecchietta vestita da Indiana Jones, con tanto di scarponcini con le ghette e la bussola che le pende dal collo. In puro americano dall’accento caricaturale ci apostrofa chiedendoci da che parte si trovi “la baia” (Lapataia, la fine della Strada Statale, indicata già da Buenos Aires ad intervalli di 1 chilometro…ci sono 3062 cartelli!). E’ da sola, s’è cacciata in una situazione più complicata di quanto riesca a gestire e infatti s’è persa. E la naturalezza con la quale si è rivolta a noi nel suo slang, nella ovvia (e azzeccata!) convinzione che sarebbe stata capita e aiutata, ci da la misura di quanto il rapporto tra l’uomo e un ambiente vergine possa degenerare quando questo ambiente viene antropizzato e “reso sicuro” per (e da) la presenza dell’uomo moderno e delle sue infrastrutture. Dieci chilometri ad ovest, nella cilena Yendegaia, la signora non sarebbe neppure arrivata, nonostante la tecnologia e l’attrezzatura. Men che meno ne sarebbe uscita da sola. Gli Yaganes invece, che erano di casa, ci hanno campato, nudi, per 5000 anni. Facciamo un tratto di strada insieme e non smette mai di parlare, neanche per tirare fiato. Alla fine le indichiamo la direzione e senza troppe cerimonie deviamo verso il bosco che c’inghiotte in un silenzio salvifico! Stiamo cercando un sentiero che congiunga l’emissario del lago Acigami a quello visto ieri alla base boscosa del Cerro Condor. Il sottobosco qui è umanamente percorribile come le sterminate faggete del nostro appennino ma ha un’erba alta i cui tenaci semi uncinati ci ricoprono scarponi e gambe fino al ginocchio. Troviamo subito una traccia, anzi è proprio una vecchia strada assai regolare, larga oltre due metri e mezzo, che si distacca dalla Ruta 3. La direzione è giusta, nessun segnale ne’ segni di passaggio recente. Incontriamo i resti di alcuni ponticelli in travi di legno marcescente… increduli seguiamo questa vecchia “carretera” ovunque ci voglia portare. E’ regolare, curata, abbandonata sì, ma non ancora ricoperta dai ringiovanimenti. Dev’essere stata in uso fino a qualche decennio fa, probabilmente per fini militari. Ma chi l’avrà costruita e quando? Forse i condannati ai lavori forzati della prigione di Ushuaia, che tra il 1902 ed il ’47 tirarono su le infrastrutture dell’intera cittadina, compreso il loro stesso carcere che era ritenuto tra i più severi dell’Argentina?  Camminiamo ben distanti dalla frequentata rete sentieristica del Parque Nacional, siamo soli e dopo una buona ora sbuchiamo dal bosco in vista del “turbal” di ieri, però sul lato settentrionale. E’ evidente che questa strada fu costruita carrabile, che da Lapataia (e dunque dalla città) s’inoltrava verso ovest dove c’era solo il confine e più oltre l’Estancia Yendegaia, che qualsiasi gaucho (o contrabbandiere, perché no?) la percorreva tranquillamente e che oggi è ancora in buono stato.

Avanziamo in territorio cileno per altri 20 minuti, è il GPS a indicarci il limite di stato. Ad ogni passo la paura d’incontrare qualche autorità cilena aumenta. Andrea è più tranquillo: si sente più protetto con il suo passaporto italiano. Ho tantissima voglia di andare avanti, il cammino è facile e la meta ormai scontata e soprattutto agognata da vari anni e questo è il quinto tentativo e l’arrivo sembra finalmente dietro l’angolo. Rispetto a Cristoforo Colombo abbiamo moltissime conoscenze in più e a Yendegaia se non ci siamo arrivati da nord, nord est o sud, ci staremmo arrivando da est, … ma non siamo in un film americano e la storia si tronca qui, di fronte alla paura della prevedibile e pesante reazione delle autorità cilene. A Yendegaia non ci arriveremo neppure questa volta. L’abbiamo aggirata “quasi” da tutte le parti, mancherebbe solo l’approccio ovest dalla sconosciuta e difficilissima Cordillera Darwin. Spero proprio che questa sarà un’altra storia, ma ancora tutta da inventare.  (Sabrina)

Immaginiamo che il “passaggio ad est” verosimilmente sarà ripristinato quando apriranno il nuovo parco cileno che da solo si estende su 150.000 ettari (di cui circa 40.000 dell’estancia, comprati 16 anni fa da Tompkins e da lui regalati allo stato) e lo collegheranno con quello argentino, creando una girandola di turismo transfrontaliero dalle enormi potenzialità. I coloni Serka e Besmalinovic ed i loro “puesteros” mai avrebbero pensato a questo futuro per la loro valle! Ma i tempi cambiano e ora noi abbiamo trovato conferma a ciò che era solo logico supporre.

Questo viaggio nel tempo sta arrivando ai giorni nostri. Andrea e Sabrina

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