Ma cosa c’è a Est del Perito Moreno?

Il Perito Moreno, insieme alle cascate di Iguazù, è l’attrattivo turistico principale dell’Argentina. E troppo spesso la parola “Patagonia” finisce per essere identificata col Perito Moreno, Ushuaia, i pinguini e le balene di penisola Valdès. Ma è facile intuire che la vera storia è un’altra.

La Provincia di Santa Cruz, che a me viene da chiamare la Provincia “de la Cruz del Sur” che si vede ogni notte alzando lo sguardo al cielo, è l’ultimo territorio del continente americano che finisce nello Stretto di Magellano. E’ vero che nella zona Ovest dalle Ande scendono decine di ghiacciai tra cui il famoso Perito Moreno e che ci sono i boschi di Notophagus, i laghi turchesi, il massiccio del Fitz Roy e del Cerro Torres e che tutto questo da solo è già tanta grazia di Dio. Ma questo territorio arriva ad Est fino all’Oceano Atlantico, dove sfocia il Rio Santa Cruz che nasce proprio dal Lago Argentino formato dal ghiacciaio Perito Moreno. E che percorre con le sue acque azzurro ghiaccio la steppa semidesertica per 345 km. Un altro fiume (Rio Gallegos) da il nome alla capitale di questa provincia diventata ancora più famosa per essere la città natale del presidente Kirchner dove oggi si può visitare un mausoleo, degno di quello di Villa San Martino e dove la moglie (che fu “presidenta” pure quella) continua a fare il bello e il cattivo tempo.

Rio Gallegos è stata per tantissimi anni la città antagonista, la sorella povera di Punta Arenas quando Punta Arenas era la regina dei traffici che passavano necessariamente per lo Stretto di Magellano prima dell’apertura del Canale di Panama. Facevano avanti e indietro tra queste due città i proprietari di sterminate estensioni terriere, i poveracci in cerca di lavoro, le prostitute inviate da Buenos Aires e altri poveri diavoli in cerca di fortuna. C’è tanta storia in questi posti, nonostante che le persone fossero molto poche, soprattutto dopo aver sterminato gli abitanti originari. La zona Sud della provincia di Santa Cruz ha molto in comune sia con il territorio Cileno che con la Isola Grande di Terra del Fuoco.

Siamo da queste parti per un anniversario personale: 13 anni fa ho passato qui il mio compleanno e quest’anno ho fatto in modo di esserci proprio per questa data. Tredici anni fa veniva creato il primo Parco Nazionale Marittimo dell’Argentina: il Parque Nacional Monte Léon che si trova proprio tra il Rio Santa Cruz e il Rio Gallegos. Ed io non volevo perdere l’occasione d’inaugurarlo personalmente. Tredici anni fa a controllare il Parco avevano mandato un esperto guardiaparco preso in prestito dal Parco Nazionale “Los Alerces” che ha vissuto per non so bene per quanti mesi in una roulotte esplorando questo territorio ma soprattutto facendo presenza (“haciendo Patria”). Me lo ricordo bene quel guardiaparco e ci avevo fatto anche un pensierino! Io ero lì con una mia amica, in tenda. Ci eravamo fatte portare in taxi da Rio Gallegos, con un paio di scatole di cibo e soprattutto tanta acqua. Quasi quasi il tassista non ci voleva scaricare in mezzo al niente e passare a riprenderci una settimana dopo: non capiva, gli sembrava una follia. Non c’era niente! Solo terra sassosa, riarsa, tra cespugli rinsecchiti di fronte a una spiaggia che sembrava non finire mai. Il rumore del vento, tanto vento, e quello incessante delle onde. Un paesaggio lunare di piccoli canyon formati dall’impetuoso scorrere delle acque delle rare ma torrenziali piogge. Insomma: il posto ideale dove passare il giorno dei miei quarant’anni con una cara amica. Restammo le uniche visitatrici del parco durante due bellissimi giorni, incontrando nelle interminabili passeggiate a seguire le orme del puma nei canyon, il guardiaparco che stupito commentava “ma è possibile che andiate a camminare solo nelle zone off limits?” In realtà all’epoca non c’era nessun sentiero, nessun cartello, nessuna infrastruttura. Ma c’era ancora “la pentola”. La “olla” (cioè “pentola” in spagnolo) era una formazione rocciosa dovuta all’erosione delle onde che, in una parte della scogliera, aveva prima ricavato un’enorme grotta eppoi era arrivata a eroderne la parte superiore (il tetto della grotta) in modo da formarci un enorme buco circolare da dove schizzavano gli spruzzi d’acqua sospinti a pressione dalle onde nelle alte maree. Sembrava una pantagruelica pentola in ebollizione. Purtroppo il bordo a mare collassò pochi mesi dopo e la pentola non funziona più.

Col guardiaparco non successe niente ma la mia amica passò gli altri giorni in allegra compagnia d’un affascinante biologo marino che con il suo amico fotografo erano i secondi visitatori di questo parco dopo di noi e che montarono la loro tenda vicino alla nostra. Con tutto lo spazio che c’era… chissà perché? Per la cena del mio compleanno facemmo una spaghettata. Unimmo varie scatolette nostre e loro per fare il sugo. Ci fu anche una torta di cioccolata portata da Rio Gallegos per l’occasione. Il tutto condito dall’abbondante sabbia smossa dal vento. Ma la Cruz del Sur ti fa dimenticare qualsiasi inconveniente!

E’ per questo ricordo che siamo qui tredici anni dopo il 2 febbraio. Tredici anni dopo ci sono resti fatiscenti di varie infrastrutture: un ristorante, i bagni, addirittura delle casette per i turisti e uno spazio campeggio attrezzato, i parcheggi e tanti cartelli segnaletici sbiaditi. Se non interverranno tra altri tredici anni il vento avrà completamente cancellato questo breve passaggio umano. Oggi l’ufficio Informazioni del parco è stato costruito lungo la Ruta 3 davanti a quello che era stato il “casco” della Estancia Monte Léon. Ci sono almeno cinque guardiaparco, materiale informativo e l’obbligo di registrarsi. Poi lungo la sterrata che dalla Ruta 3 arriva fino al mare ci sono un paio di sentieri che portano il primo a una pinguinera con tanto di belvedere, panchina e tettuccio e il secondo ti avvicina alla montagna affacciata sul mare il cui profilo assomiglia a quello di un leone accucciato e che ovviamente da il nome a questo posto. Avevamo la tenda dietro per campeggiare nel parco, come la prima volta. Ma adesso non si può. Le strutture che erano state costruite sono state abbandonate. E con le nuove regole il campeggio libero non è permesso.  Dalla necessità di trovare un’alternativa per dormire abbiamo conosciuto l’Estancia Dor Aike. Adesso la parola passa a Andrea. 

Estancia DORAIKE

Notiamo il cartello rosso di fronte alla sterrata d’ingresso al Parco Monte Leòn, una tranquera aperta e la stradina che sparisce nella steppa collinosa. Quattro km di buona sterrata (ma perché non ha piovuto) arrivano dietro la collina, dove alla testata della valle, in posizione riparata dai venti dell’Atlantico, ci sono i bianchi edifici di legno con tetti di bandone rosso fuoco. L’edificio del proprietario  (il casco) è distaccato di 200 metri e domina il gruppetto di tre casette dei dipendenti, il galpòn degli animali, un paio di locali di servizio e le due turbine eoliche che girano a tutta palla in questo vento teso.

Ci intercetta Marcos, adolescente nerovestito cittadino sovrappeso che si rivela il nipote di zia Viviana, la gestrice dell’estancia. Gli chiediamo se possiamo montare la tenda lì vicino, ma si chiarisce subito che qui l’attività principale è turistica, che hanno 11 posti letto nel casco … dunque no. La soluzione più economica è la cabaña, due letti singoli con bagno e cucinotto. Ci dice 1700 a notte (sono 40 euro) che poi Viviana abbasserà a 1200 con colazioni incluse. La cena è sinceramente mediocre, visto che l’estancia si rivolge ad un target medio alto. Ma una volta chiarito che non siamo ricchi svizzeri, il rapporto si ammorbidisce e si parla liberamente con Marcos e Viviana. Marcos fa l’ultimo anno delle superiori con profitto e s’iscriverà all’università di Ingegneria Agraria. Durante le vacanze da una mano alla zia che è la figlia dell’ex proprietario: dopo la crisi del 2001 suo padre vendette l’estancia a Tompkins (la cui foto troneggia nell’ingresso), il quale ne regalò una parte allo stato per farne area protetta, così come successo con l’estancia Monte Leon, e l’altra parte (36.000 ha) la vendette ad una società … e dopo vari passaggi adesso Viviana gestisce l’estancia per conto di un francese “molto difficile ed esigente”. DORAIKE significa luogo AIKE dorato DOR. Nome assolutamente evidente in questa steppa patagonica estiva ed asciutta dove domina la graminacea coiron dalle lunghe foglie lanceolate color oro. Sebbene il territorio sia disseminato di guanachi, choikes (struzzetti) e lepri, la peculiarità di Doraike è la cabeza de acero, un salmone che si trova unicamente nel fiume che lambisce l’estancia e in un secondo fiume in Canada dove si chiama “Stealhead”. Da qui il logo StealHead Patagonia e la clientela specializzata di pescatori. L’allevamento delle 1700 pecore, dato il crollo del prezzo della lana e in generale dell’economia argentina, è solo marginale. Infatti non si vedono attività connesse alla gestione del bestiame, cavalli, gauchos etc. Perciò, sebbene a questa estancia manchi l’impronta tradizionale legata alla cultura degli allevatori e un certo folklore gaucho, rimane comunque un ottimo punto di appoggio per rapporto qualità/prezzo. Le camere nel casco, struttura dei primi del ‘900 in legno ampia e luminosa ed arredata in modo semplice ma caldo e confortevole, costano circa 2000 pesos a notte (50 euro) con una sontuosa colazione dolce e salata, uova e varie marmellate fatte in casa. Noi rimaniamo 4 notti nella cabaña e ci giriamo il parco nazionale, Puerto Santa Cruz (orribile) e Comandate Luis Piedrabuena. I giorni 4 e 5 febbraio sono torridi. Un’ondata di calore inedita spinge il termometro oltre i 35 gradi. Si boccheggia e naturalmente qui non sono equipaggiati per il caldo. Noi ci facciamo un giro fino al fiume: il Rio Santa Cruz attraversa tutta la steppa dal ghiacciaio Perito Moreno ai piedi delle Ande fino alla costa atlantica. Quattordici chilometri di sterrata accessibile a veicoli da città, poi altri 4 km di pista che si distacca verso destra da una vecchia tranquera in una steppa piatta come una frittella. Al guado asciutto si lascia la macchina e a piedi percorriamo gli ultimi 800 metri fino all’agognato (ed unico) boschetto di tamerici, sul fiume. Era un puesto (un posto di guardia) dell’estancia, ne rimangono le rovine di cemento armato alte un metro ed il corral rotondo di tamerici ormai “scappati”. C’è l’immancabile parilla, un tavolo di legno e nient’altro. Per terra i segni dell’uomo: dalle schegge di ossidiana nera al filo di ferro. O dove saranno questi benedetti e tanto decantati puma? I boschetti di Pata Negra non arrivano al metro e sono stentati ed arsi… una bestia di 120 chili come vi si nasconde per l’agguato? Pare che l’areale di sostentamento d’un adulto sfiori i 1000 ha, perciò nel perimetro dell’estancia ne camperebbero circa 3 dozzine. Ma ora sono in vacanza al fresco! Nelle ore calde noi ci ripariamo nella scarsa ombra e direttamente nel fiume. Seguendo la sterrata per altri 6 km controcorrente, si giunge ad un secondo puesto di cui è rimasta una baracchetta di legno e lamiera. Quattro per due e la porta è legata con cordella di nylon, entriamo. E’ un bivacco con cucina/stufa in ghisa (ma la legna qui è ben poca!), qualche scatoletta, mate, zucchero. Niente mobilia. Una vera benedizione a 20 km dal casco e magari in una tormenta invernale! Da noi a San Casciano il pastore precede il gregge in macchina sulla provinciale asfaltata eppoi va a mangiare in trattoria…

MONTE LEON e le UOVA delle ANDE – 2 e 3 febbraio 2019

Questa di Monte Leòn è area protetta, precisamente un Parco Nazionale, il primo Costiero. Si trova nella Patagonia Sud Orientale, tra Rio Gallegos e Piedra Buena. Ci si arriva in macchina lungo la Ruta 3 e noi abbiamo fortuna che da oggi è accessibile per una settimana. Per il resto dell’anno la sterrata che lo attraversa fino alla spiaggia era rimasta chiusa per lavori. Ieri abbiamo visto la pinguinera con i pinguini di Magellano giulivi e puzzolenti sotto le frasche. A febbraio i pulcini sono già grandicelli ma ancora dipendenti e affamati, perciò ambedue i genitori sono in mare a pescare e la colonia è più vulnerabile. Il Centro Informazioni del Parco è tutto rivolto a flora e fauna. Si va dalla lucertola/geco al puma, oltre agli onnipresenti guanachi e caranchos. Questo tratto di costa è stato sfruttato come giacimento di guano dell’isolotto dove ancora nidificano migliaia di cormorani e come colonia di foche da grasso e da pelliccia (nel solo 1940 ne bastonarono a morte 7.000). Il vivente è ben rappresentato qui, il non vivente viene a malapena menzionato. Eppure quest’ultimo determina assolutamente il paesaggi e perfino il nome: “Monte Leòn” è una modesta altura di 335m. che, vista dall’entroterra, pare un leone sdraiato: se ne riconoscono la testa ed il corpo allungato. Guarda il mare e sotto il suo naso, letteralmente, vi è la colonia di foche. L’entroterra, per circa 300 km in linea d’aria è costituito da steppa patagonica, arida, fino alle Ande. La costa si presenta con scogliere di argilla chiara spesse dai pochi metri a circa 50 e con spiagge di sassi rotondi di ogni calibro e ogni colore. Questi sassi hanno rotolato nei milioni di anni dalle Ande fino a qui, sospinti prima dai ghiacci, poi dai pochi ma corposi fiumi. Infine il moto ondoso ne ha perfezionato la forma: sono assolutamente ovali. Uova di Ande. E sono depositati proprio sotto la scogliera dove formano una spiaggia lunga molti chilometri, larga un centinaio di metri e spessa tre o quattro. Sotto questi sassi c’è lo strato della “restinga” ovvero un deposito sedimentario calcareo che degrada molto dolcemente in mare. Approfittiamo della bassa marea, che qui si abbassa di oltre tredici metri, per farci una passeggiata camminando nella fascia di argilla sedimentata attraversando a saltelli tutti i canali di scolo erosi dalle onde. A ben guardare appaiono delle strane forme nella roccia: sono giganteschi granchi fossilizzati e pietrificati che spuntano completi di chele, carapaci e occhi, come se il tempo non fosse mai passato. Da una certa soddisfazione girovagare in sandaletti sapendo che non possono più pinzarci e allo stesso tempo è un lusso senza fine camminare in un museo paleontologico a cielo aperto tra le onde dell’oceano Atlantico.

Al ritorno, ormai al tramonto, troviamo “molta” gente (per gli standard patagonici): è una domenica d’estate e le famigliole vengono al mare a bere il mate, mentre i bambini fanno il bagno nelle pozze d’acqua lasciate dalla marea. Vento caldo da nord, sole che brucia, complice il gran buco nell’ozono spalancato sopra la Patagonia. E’ proprio vero che “occhio non vede, cuore non duole”.

MAMY QUE DISFRUTE! (6 febbraio 2019)                               

Siamo rientrati a Rio Gallegos dove lasciamo la macchina che avevamo noleggiato per prendere l’autobus che in quattr’ore ci porterà oltre frontiera, a Punta Arenas. Arrivati al Terminal Bus alle 9  (in realtà il nostro parte alle 10) la Sabrina va al supermercato ed io rimango con i bagagli. In sala d’aspetto, accanto a me, un’anziana signora con grosso trolley e sportina. E’ meticcia e non capisco in quali “anta” sia. Si prepara un mate, poi mi guarda e me lo offre. Mentre sorseggio il primo tiro mi dice che va a Punta Arenas a trovare suo figlio maggiore, di 54 anni, sposato e con tre bambine. Se Dio vuole ha un buon lavoro da meccanico, ma anche se è bravo gli hanno diminuito le ore e lo stipendio. L’altro figlio sta qui a Rio Gallegos ed è titolare d’una ditta di materiali ferrosi (se ho capito bene). Anche lui sposato e con due bambini in salute (se Dio vuole) ma il lavoro non va bene: c’è crisi, i tempi sono difficili, l’azienda ha difficoltà. La figlia invece sta a Buenos Aires ed ha due bimbi che appena vanno a scuola. Del marito o padre non dice nulla ma la figlia è impiegata in non so quale “dipartimento” della pubblica amministrazione e riesce a tirare avanti, se Dio vuole. Lei stessa è vedova da qualche anno e percepisce la pensione del marito. Con quella, grazie a Dio, riesce ad andare a trovare i suoi figli ogni tanto. Perché viaggiare costa e i figli sono lontani e possono permetterselo sempre meno. Tra Punta Arenas e Buenos Aires ci sono via terra quasi 3000 km. Perciò, dopo ogni visita, figlioli e nuore la salutano con un “mamy, que disfrute!” Anche questa è Patagonia.

Testi e foto Andrea Benvenuti

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