Paso Beban

Mar 28 GEN 2020 Paso Beban (3 giorni)

Era da due anni che volevamo attraversare questi monti da Sud verso Nord ed arrivare alla riva meridionale del Lago Fagnano. L’anno scorso c’era la neve quasi a livello del mare. Quest’anno i pendii sono puliti, le previsioni sono variabili ma accettabili… andiamo! Alle 11.30 Ramòn ci lascia sul piazzale sterrato della Ruta 3 da dove parte il sentiero. Non siamo riusciti a scaricare la traccia da Wikilock perché il nostro GPS (ETrek30) pare non sia più compatibile con la nuova App della Garmin… insomma la tecnologia sarà anche utile ma è meglio poter fare anche senza! Alla fine abbiamo qualche informazione dal web, abbiamo la bussola e una carta (al 65.000…), ci dicono che “è segnalato” e che gli atleti esagitati lo corrono in meno di 12 ore… Abbiamo una prenotazione a Bahia Torito per il 30… ci saremo!

Il sentiero inizia ben segnalato ed evidente attraverso un bosco fueghino di ñires giovani. Davanti a noi si apre una larga valle dove i fiumi Esmeralda e Beban confluiscono nel Rio Olivia, che poi sfocia a Ushuaia. Oltre quelli che hanno tutta l’aria d’essere estesi pantani a torbiera v’è una modesta catena montuosa sui 1000- 1200 metri che però presenta, vista da Sud, qualche ghiacciaio incassato nelle testate di valli dalle aguzze creste e cime. Il Lago Fagnano (dal nome dell’iperattivo Salesiano, uno dei fautori della schiavizzazione degli Onas) si trova dall’altra parte. Quattro chilometri e mezzo di sentiero ben marcato ed evidente attraverso il bosco e appunto il “turbal” della valle arrivano a un bivio segnalato da cartelli: a sinistra la cascata Beban, a dritto il Rif. Bonete (700 m), a destra Laguna Esmeralda. Andiamo per il rifugio, che si rivela essere su un colletto sulla sinistra orografica dell’uscita della valle del Rio Beban. Il sentiero che vi mena, ancorché evidente, è già molto meno segnalato ma è presente su Maps.Me. S’iniziano a passare turbales e zone in leggera pendenza ma dal substrato soffice e spugnoso: sono gli sfagni, qui onnipresenti. Il famoso “rifugio” in realtà è un bivacco, una casetta quadrata di legno, nuova. Ed è anche bello sprangato! Chi arriva qui nella tormenta rifugio non avrà, se non aveva provveduto a richiedere le chiavi a Defensa Civil, dove pare che t’imprestino anche la ricetrasmittente di sicurezza. Noi non lo sapevamo e possiamo fare la fine di Ötzi. Dal Bonete la direzione è evidente: inoltrarsi su per la valle. V’è una vistosa freccia di legno indicante “Paso Beban” ma le segnalazioni finiscono lì. Si seguono le orme che nello sfagno si vedono bene e si risale il pendio sulla sinistra orografica del Rio Beban. Sotto di noi, sulla sinistra, vediamo passerelle di legno nuove. Sono certamente il sentiero che mena alla cascata e che poi prosegue per il Lago Azul, che si trova oltre il Paso Beban. Abbiamo già lasciato sulla destra alcuni piccoli ghiacciai e la nostra carta, ancorché imprecisa, segnala di guadare ma noi proseguiamo lungo le tracce dei nostri predecessori che a tratti scompaiono, poi si ritrovano eccetera. Siamo tra torbiera e bosco fueghino, ingombro di legna caduta, si avanza non proprio speditamente e facendo attenzione a non sprofondare troppo. Circa a quota 400 guadiamo il fiumiciattolo senza problemi poi il sentiero, doppiando uno sperone roccioso, anzi un mammellone ricoperto di bosco che ostruisce l’accesso alla parte alta a Nord-Ovest della valle, inizia a salire più decisamente. Qui occorre indovinare il cammino e confrontarsi con le tracce di passaggio. Il paesaggio si fa più alpestre nonostante siamo sotto i 500 metri: gli alberi si riducono a cespugli, la roccia (che qui è uno scisto montonato dai ghiacci), affiora quasi ovunque tra muschi d’ogni tipo e soffici tappeti spugnosi. Potremmo essere nelle Alpi oltre i 2000 metri. Con tutto questo bagnato in terra i posti tenda decenti sono merce rara. Noi decidiamo di fermarci per tempo e cerchiamo qualcosa di riparato dal vento, specie quello freddo del Sud. Ma l’orografia della valle proprio non aiuta e alla fine c’imbuchiamo a forza tra i cespugli che offrono almeno un po’ di protezione. Siamo sulla destra orografica, a pochi metri dal ruscello e a quota 480. Salendo ancora un poco vi sarebbero posti più pari ma sono sopra uno sperone e totalmente esposti. Da stamani non abbiamo visto nessuno. Con calma ci facciamo la zuppetta col semolino eppoi a letto che fa un freddo cane! Il GPS mi segna 9,55 km: abbiamo fatto appena 1,5 km/h, ne mancano circa 15 perciò sono 2 giorni pieni. Eze l’ha fatto in 2 giorni, su Wikilock si favoleggia di 12 ore scarichi ma sono i soliti esaltati della pura prestazione sportiva. Noi abbiamo 4 giorni e nessuna fretta: ce la prenderemo dimolto comoda, non abbiamo la traccia e cerchiamo il percorso più verosimile attraverso queste montagne così fuori dal tempo.

Mercoledì mattina costeggiamo lungamente la destra orografica della valle, ora assai più brulla e con solo i ñires bassi sotto gli 80 cm. Seddiovole non ci sono più le dighe di castori (mancando i tronchi…) e l’acqua è potabile ovunque. Il sentiero… s’indovina e la conferma te la da ogni tanto un’impronta. Comunque siamo soli. La valle si apre ed è valle glaciale, con aguzze creste sulla destra, ghiaioni rossicci e grigi ed una testata tutta chiusa e ripida al punto che ci domandiamo dove dovremo scollettare, quale sia il passo: a dritto o a sinistra? Appaiono “pircas”, ometti, che seguiamo fino in testata della valle. Siamo a quota 600 ed ora è evidente che il passo si trova di fronte, non a sinistra. Sapevamo che erano pietraie sciole e con discreta pendenza e stamani ho tirato un sospiro di sollievo a vedere la spruzzata di neve così lieve che avrebbe durato poco. Ciò nonostante mi chiedo come diamine facessero i mandriani di Tomas Beban, colono Croato che ai primi del ‘900 riforniva di carne la famosa prigione di Ushuaia, a fare inerpicare le mucche su di qui per portarle al pascolo nella valle di dietro, quella del Rio Torito dove andiamo oggi. E ancora di più come le riportassero poi indietro, a fine estate, grasse e pesanti giù da questo pendio di buoni 150 metri e neanche tanto largo (la pietraia è divisa in due strisce separate da uno sperone, vi sono meno di 50 metri utili). Ci mettiamo 45 minuti a passo lento per arrivare all’ometto del valico e… sorpresa: dietro c’è la testata di un’altra valletta che arriva da sinistra, da Occidente. La dobbiamo attraversare in quota e c’è un secondo Paso Beban 2 a 815 metri e 20 minuti su comoda pietraia nuda e abbastanza stabile, segnavia con ometti anche se piuttosto evidente col bel tempo di oggi. Questa valle inaspettata è di vari colori: una montagna è rosso mattone, quella adiacente grigio cenere e sullo sfondo pendii verdi e un laghetto azzurro. Poi la forma glaciale a U si converte in quella fluviale e la vallecola si getta con un salto (almeno così pare dall’alto) nella principale Valle Carbajal. Dietro il Beban 2 si apre un maestoso circolo di montagne aguzze con nevai e laggiù sotto il bosco. Sembra d’essere a chissà quali altitudini e invece le fasce climatiche sono supercompresse, se è vero che a 500 c’è il limite degli alberi e a 800 le prime chiazze di neve. Ben presto ci ritroviamo sulla sinistra orografica d’un ruscello dai sedimenti biancastri che tingono le pietre, quasi fosse carbonato di calcio in polvere. Che sarà? Queste rocce sono tutte vulcaniche: qui la placca Pacifica cozza contro quella Americana e le rughe che ne derivano formano questi monti in direzione Est – Ovest mentre il Lago Fagnano altro non sarebbe che un braccio di mare “compresso” e chiuso dalla tettonica. Continuiamo a seguire le poche orme ma principalmente il buonsenso e ci abbassiamo sulla sinistra orografica fino alla vegetazione. Qui siamo sul versante Nord, è più caldo e si notano subito “melillas” e calafate più avanti nella maturazione. Quello che manca del tutto sono gli uccelli: non si vedono o sentono nel cielo. Nessun rapace, nessun condor ne’ uccelletti minori in giro. Mancano anche buoni posti tenda mentre da Sud avanza un bel nuvolone nero. Verso le 16.30 troviamo dove hanno già campeggiato: è pari, su terra battuta asciutta, con un focolare fatto e legna nelle vicinanze. Non è molto ridossato ma non si può avere tutto! Ci fermiamo e facciamo campo con fuoco per asciugarci scarponi e calze. Dopo un’ora inizia a piovere ma il nostro guscetto ci protegge egregiamente per tutta la notte di pioggia a catinelle. Siamo al km. 16, oggi abbiamo fatto poca strada e domattina dovremmo muoverci.   

Alle 6 apriamo un occhio e non piove più. Tra un grugnito e la colazione con Dulce de Leche e vero Cappuccino Argentino aromatizzato alle nocciole passano le sette, bisogna andare! Scendiamo abbastanza spediti sulla sinistra orografica fino al limite d’una zona dagli alberi bruciati e bianchi scheletriti. La cascata d’un affluente segna il settore dove guadare verso la destra del Rio El Toriro. La valle fa una brusca curva a destra e per evitare castorera e pantani c’inerpichiamo in stretti passaggini contro la roccia e tra gli alberi caduti ma basta fare un po’ d’attenzione e si passa. Dietro, la sorpresa: sullo sfondo il Lago Fagnano divide in due il paesaggio montagnoso ma la sua riva meridionale, la nostra meta, appare ancora lontanissima! E il terreno per arrivarci dimolto accidentato: il fiume s’infila in una gola impraticabile e tra noi e la pianura (pantanosa) ci sono due gradoni di roccia dai pendii belli ripidi. Pensavamo d’essere a buon punto… Inoltre l’intera zona appare devastata da un incendio non recente: a perdita d’occhio gli alberi sono scheletriti e bianchi, non c’è un ramo verde, vivo. La traccia si tiene sulla destra orografica ma sale su un colletto roccioso e lo traversa con qualche decina di metri molto panoramici, molto scenici e decisamente esposti. Fortuna che non piove! Proseguendo verso il basso su traccia sempre più chiara ed evidente che si snoda tra pietre e tronchi bianchi carbonizzati al loro interno, arriviamo ad un primo segno di presenza umana: il cartello che annuncia il “Progetto di Ripristino del Paso Beban”, in pratica la riforestazione con 200.000 nuovi alberi a seguito del devastante incendio del 2012. Progetto finanziato con fondi pubblici ed eseguito col lavoro volontario di varie associazioni di montagnofili, dal Club Andino alle Guide ai volontari ambientalisti. Risulta che fu un incendio di torba che si propagò per tutta l’imboccatura della valle ed ebbe origine da una signora, dipendente del Ministero del Turismo (!), che accese un fuochetto per il picnic, poi ci tirò con noncuranza due tazze d’acqua. In realtà il fuoco si propagò in sotterraneo e migliaia di ettari bruciarono per 40 giorni, gli alberi furono attaccati dalle radici e questo spiega perché sono in gran parte in piedi. L’incendio si spense da solo nonostante varie squadre vi lavorassero per settimane. Le furiose polemiche sulla gestione dell’emergenza durarono anni.  Il colono di Bahia Torito, signor Echeverria, ci mostrò un album fotografico ed è impressionante: sembra un’eruzione vulcanica con una densa nuvola di pesante fumo “colloso” che si leva compatta e ricopre l’area col fallout in balia dei venti. Una scena apocalittica degna del 79 dopo Cristo! La signora colpevole dichiarò che si trattava d’una gita privata, scagionando così l’ente. Che in seguito la promosse a Responsabile della Sentieristica della Terra del Fuoco!

Al km 24,500 inizia la segnalazione con segni bianchi e blu e catarifrangenti gialli, ma ormai siamo su un’autostrada se comparata con l’inesistente traccia che abbiamo seguito fin qui! Arriviamo ben presto a un ponte di tavole con tubo in PVC che capta l’acqua dal torrente (emissario d’una laguna) e continua verso destra. Il luogo è raggiunto da una traccia per fuoristrada che seguiamo verso valle per alcuni chilometri fino alle case di Bahia El Torito, della famiglia Echeverria. E’ incredibile come la forza di volontà possa trasformare un luogo: case di legno, infrastrutture, moli d’attracco, macchinari, turbine elettriche… tutto è stato portato con fuoristrada dalla città fino in riva al lago Fagnano eppoi con la barca fin qui. Ma ciò che salta all’occhio è la cura del particolare, l’amore per il proprio operato. Il padre s’innamorò di questo luogo negli anni ’80 quando commerciava di pelli coi pochi cacciatori e decise di stabilirvisi. Era “tierra fiscal” e lui la occupa da allora. I primi 30 metri sulla sponda del lago sono demaniali perciò lui costruì dietro. Ma davanti creò un bel giardino che contrasta con la wilderness incolta tutta intorno. E ci piantò tante belle rose, la sua passione!

VE 31 gennaio: Bahia Torito

Alejandro Echeverria, il padre, è un signore sicuramente ultrasettantenne e moto attivo, uno con le mani d’oro che non ferma mai, al pari della mente, della volontà e della lingua! La siesta pomeridiana prescrittagli dal dottore è più a livello di amichevole suggerimento, non gode certo dell’inutile status di imperativo medico! Dopo averci mostrato personalmente i centri nevralgici del suo regno (riscaldamento a legna, pannelli solari, laboratorio, le serre dove coltiva insalata e fragole giganti e naturalmente il roseto suo vanto) ed averci assegnato una “capanna” che è una reggia, ci lascia alle cure “delle sue donne”. Le quali semplicemente sono prigioniere qui perché non autosufficienti nei trasporti. In questo posto si arriva solo con un’ora di navigazione a motore, direttamente in elicottero oppure via terra dal Passo Beban come abbiamo fatto noi. Gli Echeverria sono una famiglia di storici pionieri della Patagonia, se è vero che furono tra i primi ad insediarsi a El Calafate, su cui il fratello Mario, professore, ha scritto un libro di leggende Tehuelches. Sabrina scopre dalla bocca di “don Alejandro” molto sulla storia della colonizzazione della Patagonia e lui volentieri racconta di luoghi legati alla sua infanzia a chi sa ascoltare con cognizione di causa. Abitano stabilmente a Bahia Torito da vent’anni con due figli. Comunicano per telefono fisso (abbiamo visto la parabola) e via VHF che tengono nell’ingresso-salotto, come quasi tutte le estancias fueghine. Hanno un paio di enormi televisori sempre accesi sui canali di Buenos Aires e da lì apprendiamo della nave da crociera con 7000 passeggeri bloccata nelle acque antistanti Roma in quarantena per sospetto “Coronavirus”. Decidiamo di fare un giro dal vicino, distante 4 km verso Occidente lungo la sponda di questo enorme lago lungo 100 km e largo 6. Anche il vicino è raggiungibile solo in barca, ha preso possesso d’una baia (cui pretenderebbe pure di limitare l’accesso…) e vi ha fondato “Los Remos”, a pochi chilometri dalla linea retta del confine di stato col Cile che taglia salomonicamente in due laghi, montagne e baie. Pare che anche Los Remos offra alloggi e vogliamo vederli. Chiediamo alla signora se il vicino è raggiungibile a piedi ma tra lei e la ragazza fanno confusione e non ne caviamo una versione unica, perciò dovremo sbrogliarcela da soli. Torniamo sui nostri passi di ieri fino al ponte con presa d’acqua e qui risaliamo il fiumiciattolo. Il sentiero è marcato da catarifrangenti e porta alla valle parallela a quella da dove siamo scesi. In teoria potremmo tornare verso Ushuaia chiudendo l’anello sulla Ruta 3 in un paio di giorni o tre. Ma non ci pensiamo proprio! Siccome Los Remos si trova dall’altra parte della baia che ha un imbocco molto stretto, ma non guadabile, dovremmo fare tutto il periplo. Iniziamo quindi di buona lena seguendo il bordo rialzato della baia, segnalato a catarifrangenti. Il territorio è sconquassato da alberi semi-carbonizzati, crollati, accatastati alla rinfusa. Ben presto si vedono i tetti della casa, si vede quanto sono distanti rispetto a quel che abbiamo avanzato e si vede la complessità della progressione. Inoltre, dalla vallata a Los Remos nessuno ci ha assicurato che esista sentiero, anzi! Abbiamo deviato da meno di un chilometro, torniamo indietro e prendiamo a seguire il perimetro (sbagliato) della baia: quello che ci porterà di fronte al canale non attraversabile. Ma almeno vedremo il luogo… La giornata è fredda con vento ma chiara e asciutta. Ben presto siamo sul bordo del canale. Dall’altra parte case e baracche spuntano tra gli alberi. Si vedono due moli con barchette, l’immancabile antenna… poco più. Se riuscissimo a chiamarli forse ci verrebbero a prendere in barca. Col fischietto caccio quattro fischi. Se c’è qualcuno li sentirà per forza. Non succede nulla. Dopo un paio di tentativi imbocchiamo il sentiero che costeggia l’orilla (il bordo) meridionale del Fagnano in direzione Est fino a Torito. Sono circa 4 km. Il bosco fueghino a notofagus arriva proprio sul lago con una scogliera ripida d’una ventina di metri. Il lago, che s’increspa e si alza come un braccio di mare, ha il suo emissario nel Rio Azopardo che sbocca in Cile nel Seno Almirantazgo. Pare che da lì siano risalite le foche che ora colonizzano il Fagnano, facendo scempio delle bellissime trote Salmonate e Fario. 50 chili di trota al giorno mangia una foca e secondo Echeverria non c’è alcun rimedio. Da notare che le trote furono a suo tempo introdotte, mentre le foche s’introdussero da sole, seguendo le trote. Così cambiano questi luoghi e i vecchi pobladores (i coloni) impiantarono sistemi produttivi che ora devono essere adattati, convertiti alle nuove condizioni, quasi sempre frutto dell’inopportuna ingerenza dell’uomo. Ad esempio la presenza di branchi di cani rinselvatichiti è un bel problema per gli allevatori di pecore: i cani uccidono più di ciò che mangiano e fanno vere stragi di centinaia di capi, al punto che molte estancias hanno abbandonato la produzione di lana per passare a quella di manze da carne. Ma i cani sbranano anche i vitelli… e forse non disdegnerebbero un succulento escursionista che candidamente (ma colpevolmente) ignorava la loro presenza! Con questi pensieri arriviamo tutti interi alla nostra reggia riscaldata dove troviamo quattro vicini, argentini di Ushuaia, appena arrivati in gommone.

SA 1° febbraio: Aiutati che Dio t’aiuta.

Sulle rive del Lago Fagnano gli eventi sono precipitati nell’ultimo secolo o poco più. Prima e per molti millenni, ci vivevano i Selk’nam in questi boschi e in quasi tutta la Terra del Fuoco (eccetto penisola Mitre). I loro fuochi dettero appunto il nome all’isola. Erano gruppi umani perfettamente adattati a questo ambiente e tecnicamente nell’età della pietra. Difatti lasciarono una marea di resti litici tra manufatti lavorati, semilavorati, scaglie varie, pietre-attrezzo ed altre tracce. Gabriel, figlio quarantacinquenne di “don” Alejandro Echeverria detto “El Basco”, manda ora avanti l’azienda ed è un appassionato camminatore e conoscitore dei dintorni. Lui fa da guida sia ai pescatori che qui si concedono trote gigantesche che ai trekkers d’estate e d’inverno. D’inverno l’acqua del Fagnano in sé non gela a largo, ma nelle baiette e lagune si. E il termometro scende a -10 con minime di -23 (Celsius). Torito si raggiunge o a piedi come abbiamo fatto noi oppure con un’ora di gommone da Bahia Palacio, ultimo punto d’una sterrata non proprio autostradale che costeggia la sponda meridionale del Fagnano. Perciò qui siamo davvero isolati! Isolati dunque giocoforza autosufficienti e Gabriel ci mostra, non senza meritato orgoglio, prima il “galpon” officina superattrezzata per ogni lavoro, con la sega a nastro da lui realizzata con pezzi di riciclo, poi la turbina idraulica che rifornisce Torito di corrente elettrica pulita pulita e per tutto l’anno. “Aiutati che Dio t’aiuta” sembra essere il motto di questa gente e di tutti quelli che li hanno preceduti. Si parla di Beban, che qui aveva un “puesto” paragonabile alla nostra malga estiva. Gabriel sostiene che il bestiame arrivava al passo seguendo una traccia meno ripida della nostra. Eppoi che non erano solo manze: ci mostra un cranio di caprone semi-carbonizzato che ha trovato qui nei paraggi. Gabriel, che è un acuto osservatore ed ha occhio e passione per queste cose, ci mostra una collezione di utensili litici: raschiatori, coltelli, asce, punte di freccia e di lancia trovate sia qui intorno sia nella penisola Mitre. Poi ci accompagna lungo il lago dove l’incendio ha fatto crollare enormi ñires. Nelle radici, nel pane dell’apparato radicale ora sollevato e alla vista, affiorano scagliette di pietra scheggiata. Ciò che rimane della lavorazione. Secondo Gabriel la sbozzatura per produrre le scaglie e la successiva lavorazione delle stesse avvenivano in luoghi diversi. Con un salto tecnologico di millenni passiamo davanti al lunghissimo molo fatto costruire da Campbell (di El Calafate) per implementare il turismo sul Fagnano tramite un programma che prevedeva due comitive che facevano un giro tra Cile ed Argentina in senso l’uno contraria all’altra, così da incrociarsi e sfruttare gli stessi mezzi per l’andata e ritorno. Un’idea geniale che, in luoghi così privi d’infrastrutture, ne ottimizzava l’uso delle poche necessarie. Il progetto ebbe subito l’avvallo delle autorità cilene che con razionalità ne riconobbero il valore. Lui si dotò di un’imbarcazione che rispondesse ai requisiti di ambedue gli stati e costruì il molo d’attracco a Torito investendo 700.000 dollari. Ma gli argentini non gli diedero mai i necessari permessi, finché Campbell mandò tutti a quel paese e rivendette la barca. Rimane il molo inutilizzato ma tuttora perfettamente mantenuto. O come mai questa storia mi suona così familiare??

DO 2 Feb – Auguri Sabrina! (54 primavere)

E’ una giornata splendida con vento moderato che da Occidente s’infila nella lunga spaccatura del Fagnano e ne increspa le onde. Oggi Gabriel ci porta in gommone fino a Palacio, ultimo punto raggiungibile in auto. Anche i nostri vicini di cabaña partono e ci ritroviamo sullo stesso gommone. Le calette della sponda meridionale devono avere un microclima particolare: muschi e fiori fino al livello dell’acqua, un lichene nero sembra la patina scura lasciata dalla basa marea. Gabriel fa questo tragitto estate e inverno, con ogni tempo. Un’abbondante ora dopo siamo a Palacio, il molo è quello del locale Club di Pesca ed è li che ci attende Ramòn.

Il lungolago si rivela pieno di iniziative turistiche e ci fermiamo a vedere il “Sur 54° Lodge”, lussurioso hotel da solo 8 camere con prezzi dai 100 ai 125 dollari, per i quali a Ushuaia… te la fanno solo vedere! Poi il campeggio libero di Laguna Margarita. E’ domenica e ovunque le famigliole s’ingozzano di parrilla a bordo lago. Fino a quest’anno l’Argentina deteneva il record continentale di consumo pro capite di carne (quasi 94 kg l’anno di cui 57 tra bovina e ovina) ma recentemente è stata superata dall’Uruguay… uno schiaffo che finì su tutti i notiziari ma che non modificò d’una virgola la tradizione: i banchetti di carne alla brace erano e rimangono… pantagruelici. Infine, su insistenza di Ramòn, visitiamo l’Estancia La Carmen, che non ha animali o attività agricole ma molti cartelli esplicativi inclusa la Vergine Miracolosa che veglia sul “casco”. Dietro un bancone, due ragazzi dall’aria annoiata ci spiegano che “fanno accoglienza turistica” cioè che offrono i seguenti servizi: parcheggio, bar e bagno. Nient’altro. Dunque buona fortuna e adios!

Sabrina vorrebbe una zuppa di cozze ma non in un ristorante per turisti, ma Ramòn ci spiega che qui i locali non le mangiano. Sua moglie e lui sono pescatori appassionati ma… non conosce dove mangiare cozze. Invece c’invita a cena: ha ancora una trota in frigo e saremo solo in quattro! Alle 21.30 ci passa a prendere alla nostra locanda e ci porta a casa sua. Per arrivarci facciamo un giro inverosimile per evitare strade con lavori in corso, strade con voragini aperte o semplicemente strade dove non è il caso di entrare. Più di trent’anni fa si trasferirono qui dal Chaco, una provincia del Nord-Ovest argentino a 4000 km da Ushuaia e mediamente 40 gradi più calda. Abitano una modesta casetta in legno, compensato e latta in un quartiere ben fuori mano, arrampicato sul fianco della montagna e fuori dalla vista del circuito turistico. Sua moglie, anche lei tassista, è una gioviale e simpatica signora che vedrei bene in un’aia assolata a tirare il collo alle pernici. Ci accolgono con un po’ di soggezione prima ma con cordiale naturalezza poi. Sul tavolo del “quincho” (la tettoia della cucina e area pranzo all’esterno della casa) stanno preparando le mosche da lancio, multicolori. La serata passa piacevolmente conversando di Chaco, turismo, figlioli, pesca. Noi portiamo il dolce al limone e il vino (rigorosamente rosso, ha precisato Ramòn) che si beve con ghiaccio. Per cena ci fanno trovare un assaggino di cozze fornite da loro amici, fatte al forno gratinate con formaggio, trota salmonata al limone e trota al formaggio. Il dolce al limone ci trova ormai tutti a completo agio. Per Sabrina è normale: ha vissuto in questo paese per tanti anni, ne fa parte e la gente del posto lo sente subito. Su questo tema io seguo la scia e mi adeguo.

Così siamo arrivati anche nella periferia di Ushuaia, di questo paese formato prima dalla colonizzazione interetnica, ma che già da anni vive una immigrazione interna dovuta, in grandissima parte, al rapido sviluppo del settore turistico in Patagonia. Adesso per noi Ushuaia significa anche la generosa ospitalità e apertura di una famiglia del Chaco.

Testi e foto di Andrea Benvenuti

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