TERRA DEL FUOCO: OLTRE USHUAIA C’È DI PIÙ 2019 -2020

Il sorpasso

Se prima era un optional andare oltre Ushuaia, adesso è una necessità per qualsiasi persona abbia scelto di arrivare fin quaggiù invece di andare a Rimini. Non vogliamo togliere niente a Rimini ma Ushuaia era un’altra cosa rispetto a ciò che è oggi! E’ come se tutti i semi di hotel, ristoranti, agenzie turistiche, negozi di articoli sportivi, souvenir eccetera, piantati negli ultimi dieci anni, fossero cresciuti smisuratamente. E da un giorno a un altro sono diventati preponderanti rispetto a qualsiasi altro aspetto di questa città e l’hanno cambiata per sempre. Sarà il cambio climatico e/o l’effetto serra? Il porto è diventato una passerella delle più grandi e moderne navi da crociera e purtroppo la maggior parte di esse da qui si sposta pure in Antartide. Fuori dal ristorante della cooperativa di pescatori che non accetta prenotazioni c’è una coda “babelica” già alle undici di mattina per il pranzo e alle sei del pomeriggio per la cena. I prezzi degli hotel sono almeno tre volte superiori a quelli del resto dell’Argentina (forse con l’eccezione di El Calafate) mentre la qualità è declassata a optional.

Abbiamo visitato la penisola Mitre principalmente in due viaggi. Il primo è stato nel 2019 quando in macchina da Ushuaia siamo arrivati fino all’ultimo tratto di strada percorribile alla Prefectura Naval orientale, poi proseguendo a piedi fin dove abbiamo avuto fiato. In questo primo viaggio abbiamo scoperto la comunità di “pescatori turistici” di Puerto Almanza, il guardiano dell’Estancia Moat e abbiamo camminato lungo la costa del Canal Beagle quasi fino a Cabo San Pio. L’anno dopo abbiamo percorso in barca il Canal Beagle andata e ritorno da Ushuaia fino all’estremità sudorientale, ci siamo fermati a terra all’Estancia Haberton e in una giornata dove si alternavano piogge e sole abbiamo visto da tutti gli angoli possibili l’estremità est del canale, una porta verso nuovi oceani. Siamo poi arrivati anche alla costa atlantica della penisola Mitre passando per Cabo San Pablo, fin dove una tranquera ci ha per il momento sbarrato la strada verso la mitica Estancia Policarpo. Tra il 2019 e il 2020 Ushuaia è visibilmente cambiata. Per fortuna avevamo preso appunti nel 2019: un anno dopo era un altro mondo… e non più “la fine del mondo”!

Oltre Ushuaia

Ushuaia è e si fregia d’essere “la città più australe del mondo” dove termina la Terra del Fuoco, la Cordigliera delle Ande, la Ruta 3, la Patagonia. Tutto abbastanza vero. E’ una città viva, attiva, inserita in uno splendido scenario naturale tra il Canal Beagle e le montagne innevate, lambita da un bel parco nazionale e con un’economia che va ben oltre quella turistica. Tuttavia Ushuaia spesso si percepisce come “arrivo”, punto finale, Ultima Thule, enclave umano al confine del mondo, hot spot accessibile quasi solo via aerea. In realtà v’è un entroterra interessantissimo per le caratteristiche naturali, economiche e storiche che hanno radici ben più profonde dell’impattante sviluppo turistico. Appena esci da Ushuaia diretto a est o a nord ti ritrovi nella Patagonia profonda delle poche anime e delle grandi distanze, i boschi smisurati e il carattere agricolo dell’esistenza dove si vive a contatto della natura non per ricercata scelta esistenziale ma perché lo impone la preponderante severità dell’ambiente. Così percorrendo la costiera Ruta J, naturalmente sterrata, attraverso decine di chilometri di colline boscose vedi i lotti delle nuove colonizzazioni: terre appena assegnate o rivendicate da privati che con i propri mezzi hanno pian piano iniziano a “svilupparle” perpetuando il processo che ha fatto di questo paese ciò che è oggi. La costa ad oriente di Ushuaia è un settore smisurato e semisconosciuto dove tuttavia è iniziata la storia di questi paraggi (con Thomas Bridge e l’Estancia Haberton) e dove l’epopea del colono che a costo di rischi e sacrifici s’insedia e prospera, si perpetua e crea piccoli gioielli che solo il passaparola e oggi internet permettono di scoprire.

Il capitano e la sirena nella Repubblica dei Pirati

Decidiamo di aggiornarci sulle frontiere della società globalizzata ad est di Ushuaia. La sterrata che dalla strada nazionale Ruta 3 arriva sul Canal Beagle poi si biforca: verso occidente si va a Puerto Almanza mentre verso oriente all’Estancia Haberton, storica ed aristocratica fattoria dei Bridges, inglesi da cinque generazioni e ormai solo dediti al turismo autocelebrativo. Poi continua per 60 km lungo costa attraverso terre delle Estancia Moat fino alla Prefectura Naval. Lungo il Canal Beagle intere zone dallo sviluppo tumultuoso convivono al fianco di settori disabitati, lontani, disconnessi dal XXI secolo, almeno apparentemente!  Prima raggiungiamo Puerto Almanza: forse 30 case di pescatori affacciate lungo costa al Canal Beagle. Qui d’estate può nevicare cattivo e il grigio delle acque confondersi con le brume ventose. Nonostante ciò i pescatori escono a vuotare le nasse o a riempire secchi di patelle a bassa marea, mentre davanti a casa qualcuno in maniche di camicia spacca la legna per la stufa perennemente accesa. Il gestore del ristorantino (il diminutivo è d’obbligo!) “La Sirena y el Capitàn” raccatta l’alga Cochajujo per farne polpettine fritte mentre sul retro ha in costruzione due “caba­ñas” di legno e compensato (fanno i miracoli qui col compensato…) per ospitarvi qualche viaggiatore con veranda sul mare. Sergio fa del suo locale un laboratorio di mare a chilometro zero virgola zero, dove la Centolla, enorme granchio rosso tipo Granseola, ha il posto d’onore. E sebbene sia abbondante, ricercata e la pesca non ancora ufficialmente regolamentata (come sulla costa cilena dirimpetto) la comunità preleva solo quantità idonee a preservare il popolamento.  Sergio comunque collabora sempre con cuochi delle migliori scuole alberghiere e riempie ogni giorno la saletta da pranzo di appena 3 metri per 4 inclusa la stufa a legna. Oggi aveva l’ambasciatore italiano ed il suo seguito, giunti quaggiù da Buenos Aires per ripartirsene in serata.

A Puerto Almanza si vive davvero di mare e delle sue attività collaterali, compreso l’incipiente turismo “estivo” che per ora è un buon proposito ma che va strutturato di comune accordo per non snaturare il carattere del luogo. Per ora la comunità ha creato “La Ruta de la Centolla”, omologo fueghino della Strada del Chianti, per coordinarsi ed offrire all’ipotetico visitatore una o più esperienze di come si vive quaggiù. L’adesivo con la “granseola” rossa spicca su alcune porte, ma sono ancora la minoranza. Sergio ci spiega che a volte è più difficile mettersi d’accordo tra pochi… che le riunioni del comitato per ora hanno scarsa affluenza. Lui è qui da vent’anni, uno dei primi. Ha visto il mare di Capo Horn spazzare via interi allevamenti di “mejillones” (le cozze) e con essi lo sviluppo di attività imprenditoriali su scala semi-industriale.

Tre case oltre c’è l’almacen, l’alimentari/bottega. E’ una stanzina di due metri e mezzo per altrettanti due e mezzo nella casetta di famiglia ed è piena di cioccolata, birra e detersivi. Evidentemente la comunità non compra altro. Quando vediamo le “empanadas” di frutti di mare la signora ce le scalda nel microonde di cucina. Gli ingredienti si raccolgono sulla spiaggia, appena oltre la strada.

Già, la strada: lungo costa sarebbero una trentina di chilometri ad Ushuaia ma attualmente ce ne vogliono 93 passando dietro le montagne dalla RUTA 3. Ma la penisola Mitre viene considerata strategica e d’interesse nazionale. I cileni hanno disseminato le loro isolette di presidi militari e l’area è “calda”. E ai massimi livelli s’intende “fare patria” ovvero ribadire la sovranità. Vi sono già circa 400 milioni di Euro stanziati per l’apertura d’una strada che percorrerà tutta la costa ad Est di Ushuaia. La strada viene attesa con sentimenti misti dalla piccola comunità: molti vi vedono l’opportunità di sviluppo turistico e di collegamenti celeri con la città, più sicurezza sanitaria (quaggiù non c’è neppure una guardia medica). Altri temono una “Riminizzazione” della costa… addio al quieto vivere, al silenzio ed alle attività tradizionali. Una cosa è certa: la strada avrà un grosso impatto socioeconomico. I nuovi coloni, assegnatari di “tierras fiscales” sulle quali stanno già investendo, sono ancora in attesa che lo stato ne fissi il prezzo al metro quadro. E lo stato, per fare ciò, attende di ultimare le procedure per la strada. Più chiaro di così?!

Granchi e cannoni

Puerto Pirata” di nome e di fatto! 15 km ad Ovest di Puerto Almanza, sul Canale Beagle, la Ruta K finisce qui con l’immancabile “Prefectura Naval” ed un minuscolo porticciolo. Le barche dei pescatori hanno forma e dimensioni del nostro gozzo ma in quel della Spezia il clima è decisamente più amichevole. La Centolla che si pesca qui può pesare fino a 6 kg (nome scientifico: Maja squinado) e sul mercato di Ushuaia costa un occhio della testa: mediamente 1.200 $Arg/kg ma abbiamo visto ristoranti che la mettono anche 2.300. La costa nord del Canale è argentina ma adotta le ferree regole cilene in materia di tutela della risorsa: fermo pesca nel periodo della riproduzione (cioè ora), si prelevano solo maschi con carapace superiore a 12 cm e non più di 4 alla volta. Perciò il lavoro è necessariamente su scala artigianale. Il ristorante Puerto Pirata, oltre a servire ogni tipo di piatto locale, organizza anche “esperienze dirette”. Quando entriamo nella sala di legno con stufa nel centro la prima cosa evidente è la giovane età dei gestori: saranno sulla trentina e chiariscono subito che sono “del nord” (anche perché a sud c’è più… poco!) e che vivono qui tutto l’anno. Per ottimizzare offrono gite in kayak e, appunto, “esperienze di pesca”. Ed oggi ne hanno una programmata con tre russi accompagnati da una spallatissima guida argentina e dall’interprete. C’infilano il salvagente e ci caricano sul gommone ancorato di fronte. Loro hanno pontonnière cerate, cappello di lana e mani nude. Il tragitto fino alla boa è breve, praticamente rimaniamo sotto costa anche se il tempo è clemente e siamo in piena estate. Le nasse sono una cinquantina di metri sotto di noi, sul fondo. Il pescatore arpiona la boa per tirarla dentro e passa la corda alla signora russa perché provi a recuperarla, così la turista farà l’esperienza. Lei lì per lì si meraviglia del peso, ma poi ci si mette di buona lena e tra risolini e qualche sbuffo affiora la nassa con dentro due centollas enormi. Felicitazioni, foto, selfies. Il granchione si prende tranquillamente ed in un baleno altre 20 zampe calcano il tavolato del gommone. Stessa operazione per la seconda nassa, che ne contiene tre. Attracchiamo al molo con 5 “granchi reali australi”… o non era periodo di fermo? Chiedo come li uccidono e lui acconsente a farmi passare in cucina “ma senza fare foto ché poi gli animalisti si arrabbiano sul web”. Ha ragione, ma se devono cucinarli in qualche modo dovranno pur farli passare a miglior vita! L’operazione è semplice e richiede meno di 5 secondi: appoggiato il carapace sul bordo dell’acquaio, con un colpo secco lo “scappelli” ed è finita. Meglio che bollito vivo di sicuro! In tavola anche l’occhio vuole la sua parte e in quanto a presentazione ci sanno proprio fare. Il sapore, fresco e sostanzioso, completa questa esperienza. Poco oltre visitiamo l’attività “Pecora Verde”. Anche loro “sono del nord” (che significa NON di Ushuaia) ma non sono pescatori: hanno messo su un ristorante “di terra” perché in questo luogo di mare l’asado classico manca ed hanno visto il buco nel mercato. Affittano anche il “bungalow”, che in realtà è la casetta dove abitava la famiglia mentre costruiva il ristorante. Adesso sono qui fissi anche loro… scelta di vita. Ma con la “Ruta de la Centolla” non collaborano. Aprono al pubblico solo il fine settimana, per il resto proprio non vogliono gente tra i piedi! Fortuna che oggi è sabato e sono affabili… La fine della strada è presso “Prefectura Naval”: grande cancello con grande bandiera argentina e tanto di cannoncino puntato a Sud, oltre lo stretto, sulla cilenissima costa di Navarino. In effetti a ben guardare, dai boschetti circostanti spuntano qua e la affusti e bocche d’artiglieria. A un certo punto lungo la strada c’è pure un cartello: “Batteria Robalo” e sotto i ñires un vecchio corrazzato e due vecchi cannoni. Ancora negli anni ’80 il Canal Beagle fu quasi teatro d’una guerra col bieco cileno per una di queste isolette che poi con la mediazione del Papa rimase comunque al Cile, il quale nel 1982 aveva permesso l’uso del proprio spazio aereo alla Perfida Albione nella guerra de Las Malvinas. Non si scherza con la soberania e certi sgarri non si dimenticano. I due stati qui si guardano ancora in cagnesco. Sicuramente si scrutano: gli argentini dicono di essere osservati con potenti telescopi e per questo i militi di Prefectura Naval ricambiano di gusto. Perfino il nostro ristoratore vuole comprarsi un bel cannocchiale per vedere “quelli là” oltre i 4 km del canale! Potrebbe scoprire che non sono poi tanto diversi da lui.

L’uomo che parla ai cavalli

Lasciato Puerto Almanza ci rivolgiamo ad Ovest. Naturalmente alla fine della sterrata c’è una Prefectura Naval, dove bussiamo per informazioni. Dentro, seduti al nudo tavolo, due gauchos completamente vestiti con cerata e gambali di cuoio, smanettano furiosamente su whattsapp. Dalla porta laterale entra il giovane piantone in calzoncini corti e ciabatte, poi il pingue e pelato collega più anziano anch’egli in libertà borghese. Dallo spiraglio della porta di vede la differita Fiorentina- Milan su uno schermo generoso. Vita dura qui, en el rincon mas al Sur de la Patria (escluse Las Malvinas, siempre Argentinas!).

La fine della strada per noi diventa un nuovo punto di partenza. Sabrina è eccitatissima di sapere che da Prefectura Naval in poi c’è solamente una traccia che in qualche modo arriva fino all’estremità della Penisola, la punta più evidente dell’Argentina, con quel curioso ricciolo all’insù. Non avevamo previsto di camminare, non abbiamo nessuna scorta di cibo e nessuna informazione su questi luoghi. E’ una sorpresa e la tentazione d’incamminarsi diventa subito necessità. Ma non possiamo iniziare a camminare a tarda sera, dobbiamo prima passare la notte.

No, la tenda non possiamo montarla e loro non ci possono ospitare per stanotte … però ci offrono un mate. Sentito questo, il gaucho più giovane ci offre ospitalità da lui nella cosiddetta “casa blanca” che abbiamo passato qualche chilometro prima senza farvi caso. Dice d’andare avanti e di presentarci a sua moglie Daniela. Lui e il socio seguiranno a cavallo. Il tipo si chiama Martìn e dimostra sui trent’anni, ha il viso già cotto dal vento e una vigorosa stretta di mano. Sul cappello di feltro a tesa larga ha appuntato solo una medaglietta di latta grigia di una santa. La casetta rivestita di bandoni di latta rossi e verdi è sul prato al limite della spiaggia ciottolosa. Quando ci avviciniamo in macchina un ragazzino sui dieci anni agile e con ciuffo al vento smonta da cavallo e chiama la mamma che compare sull’uscio con la piccola di tre anni. Pochi convenevoli: se Martìn ha detto così, va bene. C’introduce nella casa blanca poco distante. Nuova, “stile europeo” con soggiorno, cucina, camera e bagno ma completamente vuota fuorché le stufe a gas e qualche materasso. Ci possiamo accomodare lì, nella cameretta oltre la cucina s’è installato l’aiutante che era con lui oggi. Alle nove e mezzo ci aspettano per cena. Usciamo per un giretto sulla spiaggia mentre il bambino di prima aspetta che suo fratello, di poco maggiore, s’arrampichi dalla staccionata alla groppa del cavallo. Una volta in sella si allontanano tra cespugli di calafate e mata negra. Poco distante, tra il galpòn e la casa, Martìn si aggira in groppa a un pezzato bianco e marrone, cercando di farsi obbedire. L’animale cambia andatura in continuazione, scarta di lato, s’impunta. Ma Martìn rimane saldo in groppa e lo comanda e lo dirige a suon di bacchettate e manate sulle guance, ogni tanto un urlo. Finché il cavallo reagisce più docilmente. A questo punto chiama sua moglie e si fa passare la bambina che mette davanti a se per un giretto. Poi passa a un cavallo marrone con losanga bianca in fronte che se ne stava lì calmo brucando il prato. A ben guardare ha le quattro zampe legate tra loro e non può camminare se non a minuscoli passetti. Martin lo prende per la corda dei finimenti e con qualche strattone cerca di portarlo fuori equilibrio ma il cavallo non si fa atterrare. Ripetuto questo esercizio per tre, quattro volte lo accarezza lungamente sul collo e sulle natiche e gli sussurra a lungo finché la bestia si tranquillizza e inizia ad annusare lui. Ormai è quasi buio e fa un freddo cane. I ragazzi tornano con i loro cavalli e ci ritroviamo in casa, nell’unica stanza comune ovvero la cucina dove arde una cucina economica modificata a gas. I ragazzi sono silenziosi, rispettosi e per niente intimoriti, anzi di molto fieri. Non sono mai stati più lontano di Ushuaia, abitano lì nel quartiere dei nuovi casermoni popolari e mamma Daniela è fierissima del suo appartamento. Il babbo invece risulta essere l’unico guardiano dell’Estancia Moat e abita lì tutto l’anno da ormai sei anni. L’estancia non gestisce animali, anzi il proprietario ha convertito l’intero terreno in una “Riserva Naturale Privata”, sta a Buenos Aires e si vede molto raramente. Perciò Martìn è stipendiato per fare presenza e guardianaggio. La sua reale occupazione è addestrare cavalli selvaggi, cosa poi ne faccia lui non lo dice né noi lo chiediamo. Il pezzato era alla seconda monta e Martìn ricorda ai suoi figli che domani toccherà a loro salirvi. Non bisogna aver paura. E mentre Daniela mette a tavola otto persone con un po’ di mezze penne in zuppetta di verdure e patate, Martìn ci spiega la strada per domani. Secondo i militari c’è un puesto dell’Estancia Puerto Rancho ad un paio di ore ad oriente da qui, poi una baracca dopo altre due ore, poi un faro a sei ore da qui dove si può pernottare. In realtà esisterebbe una traccia lungo tutta la penisola Mitre, ma sono più di 20 giorni di cammino, non è segnata e non vi è niente da mangiare. Qualcuno ci prova ugualmente, (da ultimo un gruppo di surfisti) ma i più si rigirano. Ci consigliano di seguire la traccia del “QUAD”, con cui alcuni riforniscono i pochi puestos ancora attivi. Insomma: vi è poca certezza sulle informazioni o forse un po’ di ritrosia a parlarne, vista l’importanza della zona per la sicurezza nazionale. Ma Martìn, da uomo pratico e libero, ci consiglia vivamente di lasciar perdere la traccia del “QUAD” che è più lunga, e di seguire invece quella dei cavalli lungo costa e di guadare il fiume sulla battigia a bassa marea. Dice che è stato recentemente alla baracca e vi è sempre un po’ di carne attaccata alla zampa d’un toro che ha macellato tempo fa. Va scattivata, ma il resto è buono. La serata prosegue piacevolmente conversando a suon di Tavernello locale con succo d’arancia e ghiaccio. L’estancia ancora oltre ha tre ricchissimi proprietari che non vi fanno alcuna attività, ma sono in tribunale per contendersi la proprietà. Quanto durerà prima che questo mondo venga spazzato via dalla strada, la speculazione e il “progresso”?

Into the wild: penisola Mitre

Dobbiamo assolutamente dare un’occhiata a questo ultimo angolo di Terra del Fuoco così strategico, così irraggiungibile e misterioso. Di buon’ora e con tempo splendido siamo di nuovo a Prefectura Naval per registrarci. Contiamo di fare due giorni e di dormire nella baracca (si chiama “Casita Vieja”) o nel faro. L’unico intoppo è che non abbiamo niente da mangiare, ma la Marina Militare Argentina ci regala una confezione di formaggio in fette e una di salame. Nel mentre arrivano due “QUAD” carichi di roba. Noi c’inoltriamo nel bosco per evidenti tracce non prima d’essersi sorbiti tutte le raccomandazioni dell’appuntato che ci fa una lista d’incidenti, quasi-tragedie e recuperi, tra cui una ragazza tedesca da sola in mountain-bike e un giovanotto che ha dovuto arrampicarsi per la scogliera verticale per sfuggire all’alta marea che l’avrebbe annegato. Abbiamo capito che i due dei “QUAD” ce li potremmo ritrovare stasera. Loro non sembrano avere fretta e noi c’inoltriamo verso oriente con vento nella schiena e tempo splendido. Alla nostra sinistra torbiere e praterie, il bosco magellanico e le ultime montagne delle Ande imbiancate fino in fondo dalle recenti nevicate. A destra la spiaggia ciottolosa, il Canal Beagle con isolette brulle, l’isola di Navarino innevata fino al livello del mare. Dobbiamo guadare il fiume tra mezzogiorno e l’una, con marea al minimo, e aver trovato da dormire per le 9 che fa buio. Per la prima volta nei nostri trek abbiamo le provviste risicate all’osso e poca acqua. Qui i ruscelli sono emissari delle torbiere. L’acqua è marrone scura e vi galleggia la schiuma della saponina… uno schifo! Chi s’avventura nella penisola Mitre per un mese deve filtrarsela o trattarla a pasticche. Ormai l’estate australe ha dato i primi cenni di terminare (anzitempo!), noi domani torneremo indietro. Prefectura Naval è su una scogliera da cui inizia, verso nord, la traccia dei “QUAD” assolutamente non segnalata ma abbastanza visibile nei muschi della torbiera che attraversiamo. Ben presto incontriamo una evidente traccia singola – quella dei cavalli che ci ha detto Martìn – che segue la costa per pratoni ricoperti di coigue e Mata negra. Il suolo è più duro, si cammina spediti lungo la spiaggia ingombra di spessi mucchi di un’alga marrone, a foglia larga e con vescicole ovali. Si chiama Cochajuju e gli Yaghanes la mangiavano, assieme ai Calafates che qui sono enormi e dolci, le melette nane rosso sangue, il Canelo (Drymis winterii, pianta officinale multiuso) e chissà quanto altro c’è da raccogliere su questa spiaggia così ventosa e fredda ma piena di vita. A monte dell’estuario il fiume è largo una ventina di metri, l’acqua è marrone e insondabile ma sembra bella profonda. Sulla battigia con bassa marea c’infiliamo i sandali e con l’aiuto d’un bastone guadiamo con acqua al ginocchio e gelida. Proseguiamo seguendo una traccia ora lungo costa, ora su prati più in alto, in questo paesaggio semi-Scozzese spazzato dal vento. Ogni manifestazione della natura è… tanta! Tante alghe sulla battigia, tanti uccelli marini volteggiano incessantemente, tanta macchia di cespugli dai tanti rametti contorti da tanto vento che in prevalenza soffia da Sud Ovest. Dopo circa un’ora e mezzo arriviamo a un puesto. Sono due baracche di legno e latta, due finestre ed una stufa. Non c’è nessuno, la porta è legata da fuori ma il “puestero” non dev’essere molto lontano se qui c’è il suo cane, il “fachon” (il coltello) e abbondanti provviste, una sella e un lazo. In un angolo sotto la finestra un bancone con due materassi lerci, alla parete la foto della nonna (?), un crocifisso, un rosario, briglie e cinghiaggi di cuoio… Fa freddo ed è piena estate… m’immagino che d’inverno la baracca sia coperta di neve. Mezz’ora dopo da Ovest appaiono quattro figuri lungo la traccia dei “QUAD”, più all’interno. Sono quelli visti alla Prefettura accompagnati da due gauchos a cavallo. I mezzi arrancano non senza difficoltà nel fango di questi turbales. Uno dei gauchos ci raggiunge al galoppo per dirci che stiamo sbagliando traccia, di spostarsi nell’interno. Ci vedremo alla Casita Vieja, che secondo loro “esta lequissimo, diez kilometros!” Per ora ne abbiamo già fatti dodici. In effetti sembra non arrivare più questa baracca che adesso, in qualsiasi stato sia, ha da ospitarci per la notte. Non avendo ne’ mappa ne’ informazioni attendibili salutiamo con viva gioia la baracca di lamiera sgangherata con finestre ricoperte di plasticone a brandelli che ci si para davanti a 7 ore dalla Prefectura e 18,6 km di marcia più o meno in saliscendi. Il dislivello totale è sui 550 metri. La “casa” è un monolocale di circa 5 metri per 2,5 costruito in spessi bandoni di latta su intelaiatura di legno. Accanto c’è un galpòn scoperchiato e dentro vi pendola, attaccato per un tendine, ciò che rimane del toro di Martìn. Ma non c’è più trippa per gatti! L’edificio è presso una baia e addossato ad un pendio erboso che lo protegge dai venti da Sud Ovest a Est. Accendiamo la carcassa di stufa ma il locale si riempie di fumo acre ed è meglio star fuori. Poco dopo da oriente arrivano i due QUAD. Apprendiamo che sono qui per una operazione di salvataggio d’un fotografo di Buenos Aires dal cognome germanico, già autore di libri sulla Patagonia e in particolare sui viaggi del Beagle e di Darwin quaggiù. Costui è partito da solo a piedi per “la vuelta del Mitre” ossia per doppiare il Cabo San Diego e risalire la costa Atlantica fino alla sterrata, l’Estancia Maria Luisa, convinto di poter fare 25 km al giorno per 10 giorni consecutivi con uno zaino di 26 chili in questo ambiente. Ha con sé cibo per 10 giorni. Resosi conto del colossale abbaglio, col satellitare ha avvertito il suo amico e collaboratore “pubblicista” che lo raggiungesse con rifornimenti all’Estancia Bahia Slogget (dove ai primi del ‘900 Julio Popper cercava l’oro) e che lo riportassero indietro. Oltre la collina che chiude la visuale ad oriente ci dev’essere il famoso faro di Cabo San Pio, poi Bahia Slogget dove loro arriveranno domani. Per stasera montano una tendina sul davanti della baracca, il posto più ridossato dal vento. Noi utilizziamo le ultime due ore di luce per salire, scarichi e veloci, sul monte Cerro San Pio. Dalla vetta si vede chiaramente che siamo nel punto più meridionale della Terra del Fuoco argentina. Da qui il punto più settentrionale di questo paese (nella provincia di Jujuy) dista 5.800 km. Il Cananal Beagle inizia qui e qui arrivati l’abbiamo percorso tutto: in barca, in auto, a piedi, in Cile e in Argentina. Salutiamo questo bellissimo tramonto con i cavalli selvaggi che ci guardano fieri e quasi a corsa scendiamo alla Casita Vieja dove alla bell’e meglio evitiamo tifo e pidocchi e passiamo una ventosa notte su di un tavolato che starebbe bene fra gli appestati del Manzoni… Non abbiamo più ne’ acqua ne’ cibo ma ora abbiamo la traccia GPS e con quella la sicurezza di tornare domani.

Verso le quattro piove e tira vento, qualcosa sbatacchia furiosamente. Alle otto è chiaro che la pacchia è finita: il vento ha girato da Sud Est e viene teso. Ha nevicato bassissimo stanotte, la giornata si annuncia fredda, bagnata e ventosa, le isole cilene di fronte a noi s’intravedono avvolte nelle nubi e nei rovesci… e quelli tra poco saranno qui. Colazione con acqua del ruscello ribollita, miele e cioccolata. Poi ci vestiamo da pioggia e vento e si parte a testa bassa, tutto lungo costa, ignorando il più possibile la traccia dei QUAD. La prima nevicata forte ci trova al riparo d’un boschetto di lenguas. Il vento ulula rabbioso e ce l’avremmo anche quasi a favore, se non ci tira in testa un ramo. Il terreno è disseminato di rami e tronchi abbattuti. Andiamo avanti spediti e a testa bassa attraverso neve, pioggia e vento. Al puesto sudicio tiriamo dritto e al guado, ritrovato il bastone di ieri, non ci togliamo neanche gli scarponi, tanto poi l’acqua si scalderà. Penso agli Yaghanes, nudi e spalmati di grasso (o quanto se ne dovevano mettere?) nelle canoe o nelle tende estive fatte di rametti e frasche. Magari anche volendo far del bene (ne dubito) i missionari Anglicani o Gesuiti li vestivano… e quelli schiantavano di malinconia e di malattie! La prossima ondata di maltempo c’insegue da Sud Est ma arriviamo contemporaneamente a Prefectura Naval e alla macchina. Il piantone è di Corrientes, provincia calda del Nord Ovest argentino. In braghette corte osserva i grossi fiocchi di neve sparati orizzontali contro la finestra. Questa fine estate anticipata d’un mese e mezzo… sicuramente c’entra anche il cambio climatico, ma tutto sommato rientra nel modello di queste latitudini. Sorseggiando un mate caldo apprendiamo che il fotografo è felicemente arrivato al puesto successivo al faro di Cabo San Pio e che i QUAD sono lì. La nostra uscita estemporanea e non pianificata ci ha rivelato una zona smisurata, poco accessibile ma frequentata, dove comunque molte cose stanno per cambiare profondamente. Torneremo.

Testi e foto di Andrea Benvenuti

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